Brevi note intorno alla mostra ravennate sugli “Avori dell’alto medio evo”

Articolo pubblicato in Romagna 2017. Ricerca e aspetti inediti di storia postale, di cartofilia, di numismatica di Ravenna e della sua Provincia a cura di Mauro Dalla Casa e Giorgio Piccino

Circolo Filatelico Numismatico Dante Alighieri – Ravenna

Fu certamente una mostra straordinaria quella sugli “Avori dell’alto medio evo” che si svolse a Ravenna nelle sale superiori dei chiostri francescani dal 9 settembre al 21 ottobre del 1956. Tale evento, come ebbe a scrivere il direttore Giuseppe Bovini nel catalogo, costituì «la prima rassegna che sia stata allestita per questo genere d’arte: essa comprende avori d’età tardo-romana, paleocristiana, bizantina ed italo-bizantina sino a tutto il XII secolo, per cui sarà possibile seguire le correnti della trasformazione dello stile dall’ellenistico-romano a quello medioevale» (Figg. 1-3)[1].

Tuttavia lo scopo di questa esposizione, come scrisse sempre Bovini, non era solo quello «di riunire, per sola comodità di visione, opere d’arte di provenienza così differente», ma intendeva «soprattutto offrire agli studiosi la possibilità – veramente unica e perciò quanto mai preziosa – d’istituire diretti confronti fra avorio ed avorio, in modo che da tale ravvicinamento ne derivino utili ed istruttive osservazioni. È infatti noto come, per quanto riguarda gli avori, non solo non sia stata ancora definitivamente tracciata la linea del loro sviluppo stilistico, ma rimangano ancora aperti parecchi problemi di attribuzione cronologica ed insolute diverse questioni riguardanti l’appartenenza a questa o a quella scuola artistica ed alla relativa localizzazione». Una mostra dunque, che voleva costituire per tutti i visitatori «un’interessante esperienza culturale» e per gli studiosi voleva essere una particolare occasione «d’orientare l’ansia delle loro indagini su queste tipiche espressioni d’arte»[2].

L’esposizione di queste preziosissime sculture eburnee – promossa dal Ministero della Pubblica Istruzione in collaborazione e con il contributo dell’Ente Provinciale per il Turismo e dell’Azienda Autonoma di soggiorno e turismo di Ravenna – fu un successo, tanto che si parlò di «oltre diecimila» visitatori, una rassegna che, stando alla cronaca locale, ogni giorno era «visitata da centinaia di turisti e di studiosi italiani e stranieri»[3].

Questa mostra, dal carattere internazionale, accolse circa 140 opere provenienti da diverse nazioni: oltre all’Italia, tra i paesi prestatori, figuravano l’Austria, il Belgio, la Francia, la Germania, la Gran Bretagna, la Jugoslavia e la Svizzera[4].

Era previsto, o almeno questa era una possibilità di cui si parlava, anche la presenza di alcuni avori da musei russi, ma non arrivarono. A due giorni dall’inaugurazione riportava Il Resto del Carlino nella cronaca di Ravenna: «Come è noto era previsto anche l’arrivo di alcuni pezzi custoditi in musei russi, ma fino a ieri sera, nonostante gli interventi presso la stessa ambasciata sovietica, nessuna risposta si era avuta alle richieste avanzate; in considerazione peraltro delle assicurazioni fornite da alcune personalità, non sarebbe da escludere l’arrivo improvviso di alcuni degli avori delle collezioni di Mosca e Leningrado anche nei giorni successivi all’inaugurazione della mostra»[5].

La mostra, preparata con grande cura, era stata anticipata da un ampio articolo di Bovini dedicato agli avori del Museo Nazionale di Ravenna e del Museo Civico di Bologna che sarebbero andati in mostra e, tra questi, figurava, superbo per maestria e sapienza compositiva non solo materiale ma anche teologica, il cosiddetto Dittico di Murano, una copertura di evangeliario di rara bellezza[6].

All’articolo di Bovini fece seguito un importante catalogo corredato da preziose schede curate da lui stesso e da Luisa Bona Ottolenghi, ognuna arricchita da una puntuale bibliografia, alle quali faceva seguito un ampio apparato iconografico[7].

Questo catalogo andò esaurito già prima della fine della mostra e, visto l’alto numero di richieste, si decise di ristamparlo in una nuova edizione: il testo fu rivisto e ampliato, così l’apparato iconografico fu arricchito di 35 riproduzioni in più rispetto al precedente: alcune immagini, infatti, non erano state consegnate in tempo utile per la stampa alla direzione della mostra[8].

Confrontando la prima e la seconda edizione vanno segnalate due particolarità. Nella prima edizione figura il Dittico di Stilicone e Serena (scheda n. 9, fig. 16), ma nella seconda edizione del catalogo non se ne ha traccia e il Tesoro della Cattedrale di Monza scompare dall’elenco delle istituzioni che avevano collaborato al prestito degli avori. Allo stato attuale delle ricerche non sono chiare le ragioni di questa esclusione e si potrebbe supporre che questo Dittico a Ravenna non sia mai arrivato come lascerebbe intendere anche un breve e delicato accenno alla mostra ravennate fatto dall’Ottolenghi in uno studio del 1964. Anche se non si parla direttamente del Dittico in questione, l’autrice suggerisce l’insorgere di alcuni problemi: «Durante il lavoro di preparazione delle schede per il Catalogo della Mostra degli «Avori dell’alto Medioevo», che ebbe luogo a Ravenna nell’ormai lontano 1956 ebbi modo di studiare molti pezzi che poi per varie ragioni non furono esposti alla mostra stessa: tra questi era anche il Dittico di «Davide e San Gregorio» del Tesoro del Duomo di Monza»[9].

Una seconda nota riguarda gli avori raffiguranti i Santi Acacio e Teodoro del Museo Civico di Cremona. La prima edizione riporta una breve scheda dell’Ottolenghi e, come immagine, un disegno del Dittico (scheda n. 126, fig. 140-141), mentre nella seconda edizione la scheda, redatta questa volta da Giuseppe Bovini, è molto più ampia e corredata dalla fotografia delle due tavolette eburnee (scheda n. 122, fig. 179).

Durante il periodo della mostra si aggiunsero all’esposizione altri preziosi avori: Il Resto del Carlino ricorda come il 14 settembre arrivarono altri sette avori dalla Germania[10] mentre, stando alla cronaca di quei giorni, arrivarono alla fine del mese di settembre altri cinque avori, tre da Bruxelles e due da Parigi, opere che non era possibile avere fin dall’inaugurazione perché già esposte in una mostra sulle origini della civiltà occidentale ad Esen, in Germania[11].

Tra gli avori in mostra non poteva non figurare come sommo capolavoro la cattedra d’avorio di Massimiano e, per ribadirne l’importanza, si optò per esporla da sola al centro di una sala (Fig. 4)[12]. Oltretutto, proprio nella primavera di quell’anno, essa era stata oggetto di «un’accurata opera di revisione» a cura dell’istituto Centrale del Restauro di Roma sotto la supervisione di Cesare Brandi, un intervento nel quale si realizzò una intelaiatura interna in plexiglass mentre le tavolette in legno corrispondenti agli avori mancanti furono ricoperte con della pergamena perché si intonassero meglio all’insieme[13].

La copertina del catalogo sia nella prima sia nella seconda edizione presentava una delle formelle della storia di Giuseppe l’ebreo, quella in cui egli veniva calato nella cisterna (Fig. 5)[14].

L’immagine della cattedra, in una visione di tre quarti di questo eccezionale monumento eburneo, fu inoltre scelta per il menù dell’inaugurazione, un convito che si svolse presso il Nuovo Albergo S. Marco (Figg. 6-7)[15]. Al proposito va detta una curiosità che ha tutte le caratteristiche di una svista clamorosa più che di un eccesso di erudizione: la foto scelta per il menù, a ben guardarla, era già nel 1956 un’immagine d’archivio! Non solo l’immagine presentava una situazione precedente ai restauri condotti da Cesare Brandi e, prima di lui, da Giuseppe Gerola, ma addirittura mostrava un assetto precedente al ritrovamento – tra la fine del XIX e l’inizio XX secolo – e alla successiva ricollocazione di alcune delle formelle disperse. Guardando la foto pubblicata sul menù mancano infatti all’appello sia la scena dell’annunciazione sia quella della natività, entrambe immagini che traggono ispirazione dalla tradizione apocrifa. Inoltre, si può notare come la formella raffigurante il sogno di Giuseppe e l’andata a Betlemme sia visibile all’estrema destra della fronte, oggi si trova collocata all’estrema sinistra, mentre la prova delle acque amare, non visibile dalla foto, sappiamo che in quell’assetto era posta, guardando la cattedra, all’estrema sinistra, mentre oggi occupa una posizione più centrale.

 

Giovanni Gardini

infogiovannigardini@gmail.com

 

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AVORI DELL’ALTO MEDIO EVO

NOTE

[1] G. Bovini – L. B. Ottolenghi (a cura di), Catalogo della mostra degli Avori dell’alto medio evo, 2 edizione riveduta, corretta e notevolmente ampliata nelle illustrazioni, Ravenna, Chiostri francescani, 9 settembre – 21 ottobre 1956. Di notevole importanza è anche la prima edizione del catalogo: G. Bovini – L. B. Ottolenghi (a cura di), Catalogo della mostra degli Avori dell’alto medio evo, Ravenna, Chiostri francescani, 9 settembre – 21 ottobre 1956. Si ringrazia l’Istituzione Biblioteca Classense per aver concesso la pubblicazione delle immagini dell’allestimento della mostra: BCRa, Fondo Fotografico Mazzotti, nn. 0504, 0505, 0506, 0507.

La cronaca locale, giustamente, sottolineò l’eccezionalità di questa mostra a carattere internazionale che, per la prima volta nella storia, riuniva in numero consistente avori di altissimo valore. Si riportano di seguito i principali articoli editi tra il settembre e l’ottobre di quell’anno: La mostra internazionale di Avori dell’alto medioevo in Il Resto del Carlino, 7 settembre 1956, p. 4; Avvenimenti culturali in L’Argine, 8 settembre 1952, p. 2; Si inaugura questa mattina la mostra internazionale degli avori in Il Resto del Carlino, 9 settembre 1956, p. 4; Altri sette avori alla Mostra internazionale in Il Resto del Carlino, 15 settembre 1956, p. 4; La mostra degli avori dell’alto Medioevo in L’Argine, 15 settembre 1952, p. 1; Il prof. Bovini illustrerà gli avori in Il Resto del Carlino, 22 settembre 1956, p. 4; Altre tre preziose opere alla Mostra internazionale degli avori in Il Resto del Carlino, 30 settembre 1956, p. 4; Oggi ultima giornata alla mostra degli avori in Il Resto del Carlino, 21 ottobre 1956, p. 4. Si rimanda ad una ulteriore ricerca l’elenco degli articoli usciti sulla cronaca nazionale e internazionale.

[2] G. Bovini – L. B. Ottolenghi 1956, pp. 13-14.

[3] Oggi ultima giornata alla mostra degli avori in Il Resto del Carlino, 21 ottobre 1956, p. 4; Altre tre preziose opere alla Mostra internazionale degli avori in Il Resto del Carlino, 30 settembre 1956, p. 4.

[4] Si riporta di seguito l’elenco degli enti prestatori tratto dalla seconda edizione del catalogo della mostra. Austria: Kunsthistorisches Museum – Vienna; Belgio: Museum Mayer van den Bergh – Anversa, Musées Royaux d’Art et d’Histoire – Bruxelles; Francia: Eglise de Nôtre Dame la Major – Arles, Trésor de la Cathédrale – Nancy, Bibliotèque Nationale – Parigi, Musée de Cluny – Parigi, Musée du Luvre – Parigi, Trésor de la Cathédrale – Sens; Germania: Staatliche Museen – Berlino, Hessisches Landesmuseum – Darmstadt, Stadt-u. Universitäts-Bibliothek – Francoforte sul Meno, Landesmuseum – Treviri, Landesmuseum – Wiesbaden, Museum der Stadt – Worms; Gran Bretagna: Public Museum – Liverpool, Victoria and Albert Museum – Londra, Bodlenian Library – Oxford; Italia: Basilica di San Colombano – Bobbio, Museo Civico – Bologna, Museo Civico dell’Età Cristiana – Brescia, Museo Civico – Cremona, Museo Nazionale (Bargello) – Firenze, Museo Civico – Livorno, Museo Civico del Castello Sforzesco – Milano, Museo – Ostia Scavi, Tesoro della Cattedrale – Pesaro, Museo Arcivescovile – Ravenna, Museo Nazionale – Ravenna, Museo Nazionale Romano – Roma, Museo di Palazzo Venezia – Roma, Museo Nazionale – Trento, Civici Musei di Storia ed Arte – Trieste; Jugoslavia: Galleria dell’Accademia Jugoslava – Zagabria; Svizzera: Historischesmuseum – Basilea, Cattedrale – Coira, Collection E. Kofler-Truniger – Lucerna, Musée de Valère – Sion, Landesmuseum – Zurigo.

[5] La mostra internazionale di Avori dell’alto medioevo in Il Resto del Carlino, 7 settembre 1956, p. 4.

[6] G. Bovini, Gli avori del Museo Nazionale di Ravenna e del Museo Civico di Bologna che figureranno prossimamente in una mostra ravennate, in Felix Ravenna, Terza serie, agosto 1956, fasc. 20 (LXXI), Ravenna 1956, pp. 50-80.

[7] La prima edizione del catalogo fu terminata di stampare il 7 settembre 1956 presso lo Stab. Grafico F. Lega, a Faenza.

[8] G. Bovini – L. B. Ottolenghi 1956, p. 15.

[9] L. B. Ottolenghi, Il Dittico di Davide e San Gregorio nel Tesoro del Duomo di Monza, in Arte Lombarda, Vol. 9, N.1, Studi in onore di Giusta Nicco Fasola, promossi dall’Università di Genova, I (Primo Semestre 1964), pp. 55-60. Questo breve cenno dell’Ottolenghi lascia suppore che anche il Dittico di Davide e San Gregorio sarebbe dovuto comparire in esposizione e lascia aperta la questione su altri avori che non furono prestati. Un breve cenno di queste fatiche organizzative e del difficile dialogo tra le istituzioni lo si ha anche in un breve articolo tratto dalla cronaca locale di Ravenna dove si parla, polemicamente, del fatto che il Dittico del Console Probo non fu dato in prestito: «Avremmo voluto ammirare in questa Mostra anche il bellissimo e prezioso Dittico del console Probo (a. 406) con la duplice figura dell’imperatore Onorio; ma, a quanto risulta, esso è troppo gelosamente, per non dire avaramente, custodito nel Tesoro del Duomo di Aosta cui appartiene», La mostra degli avori dell’alto Medioevo in L’Argine, 15 settembre 1952, p. 1.

[10] Altri sette avori alla Mostra internazionale in Il Resto del Carlino, 15 settembre 1956, p. 4: va notato che i musei citati nell’articolo non corrispondono esattamente a quelli indicati tra le istituzioni coinvolte nel prestito ed elencate nel catalogo.

[11] Il prof. Bovini illustrerà gli avori in Il Resto del Carlino, 22 settembre 1956, p. 4. Al proposito si veda anche il già citato articolo che tuttavia menziona solo gli avori provenienti da Bruxelles: Altre tre preziose opere alla Mostra internazionale degli avori in Il Resto del Carlino, 30 settembre 1956, p. 4.

[12] Nella stessa sala dove era la cattedra d’avorio è visibile, nella foto n. 4, un mosaico. La cronaca riferisce che i mosaici in mostra erano due: «L’allestimento, curato dal prof. Lavagnino con criteri cronologici e di avvicinamento stilistico, risponde anche alle esigenze di un’efficace presentazione delle opere: le sale saranno tenute al buio e solo le vetrine saranno illuminate: due piccoli riflettori, proiettati su due mosaici appesi alle pareti, otterranno l’effetto di movimento cromatico», cf. Si inaugura questa mattina la mostra internazionale degli avori in Il Resto del Carlino, 9 settembre 1956, p. 4. Il mosaico visibile nella figura n. 4 (Istituzione Biblioteca Classense, Fondo Fotografico Mazzotti, n. 0504) mostra un lacerto musivo medievale custodito al Museo Arcivescovile proveniente dall’abside della Basilica Ursiana. La critica propende nel riconoscere in quel lacerto l’effigie di Barbaziano; chi scrive propende per un’altra interpretazione: G. Gardini, I frammenti musivi dell’antica Basilica Ursiana presso il Museo Arcivescovile i Ravenna: note iconografiche e museali in Atti del XIX Colloquio dell’Associazione Italiana per lo Studio e la Conservazione del Mosaico, Isernia 13-16 marzo 2013, Edizioni Scripta Manent, Tivoli 2014, pp. 553-563. Anche l’altro mosaico, come si intravvede dalla figura n. 2 (Istituzione Biblioteca Classense, Fondo Fotografico Mazzotti, n. 0506), proveniva dal Museo Arcivescovile, ed era quello raffigurante Ursicino. Sull’identificazione di questo personaggio in Ursicino non concorda Paola Novara che in esso riconosce la figura di San Vitale, cf. P. Novara, Lacerti musivi provenienti dall’abside della Basilica Ursiana, in Tesori Nascosti, Fabbri Editori, Milano 1991, pp. 150-152.

[13] Già nel 1884 l’intelaiatura in ebano «fu quasi del tutto fatta scomparire», cf. G. Bovini – L. B. Ottolenghi 1956, p. 74.

[14] Per l’interpretazione cristologica delle dieci formelle raffiguranti Giuseppe l’ebreo si veda il seguente testo e la bibliografia ivi citata: G. Gardini, Giuseppe l’ebreo nella Cattedra d’avorio in RisVeglio Duemila, 28 marzo 2014, p. 7.

[15] Il menù prevedeva: antipasto assortito, passatelli in brodo, faraona di brughiera arrosto, patate alla fornaia, fagiolini al burro, pomodori farciti, pesca melba, frutta di stagione, caffè. Vini: bianco Cortese, rosso Valpolicella.

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