IL MANTELLO E LA GLORIA

Opere di Elvis Spadoni a cura di Giovanni Gardini

Monastero di Camaldoli, 13 luglio-15 settembre 2017

Maestoso e solenne si erge Cristo, Signore del tempo e della storia. Il suo volto è duro come pietra (Is 50, 7), i suoi occhi sono aperti sul mondo, le sue pupille scrutano ogni uomo (Sal 10, 4).

Rovi intricati, lumeggiati di bianco, gli cingono il capo come una splendida corona di gloria. Scettro prezioso è la canna che stringe fiero nelle mani. Eppure è quella la canna con cui i soldati l’hanno deriso e percosso. Un mantello purpureo tenta di celare la sua nudità, ma la rende ancor più evidente. Su quel corpo di condannato pare ancora risuonare l’eco del saluto tanto profetico quanto beffardo: «Salve, re dei Giudei!» (Mt 27, 27-31).

«Sono in te tutte le mie sorgenti» (Sal 87,7): è questo il titolo scelto da Elvis Spadoni per questo quadro, dove la sorgente di Vita, evidentemente, è Cristo, un titolo che allo stesso tempo è invito esplicito a percorrere la terra irrorata dalla Grazia. Sorgente di misericordia è il mantello del Signore, porpora e onore, sacrificio e sangue; quel mantello sarà desiderato dalla donna peccatrice tra la concitata folla (Lc 8, 43-48), sarà diviso dai soldati nel giorno della croce. Solo la tunica resterà intatta, perché si adempisse la Scrittura (Gv 19, 23-24).

Queste tele che «parlano della Sacra Scrittura» e ad essa costantemente rimandano altro non sono – prosegue l’artista – che la «condivisione di un percorso di Lectio Divina». Sono le pagine ora compiute di un quaderno di meditazioni. I brevi appunti visivi che durante gli anni di studi teologici comparivano a margine delle sue riflessioni, ora hanno una loro autonomia e sono proposti a tutti come testimonianza amorevole di attenzione per la Parola di Dio.

Un bianco luminoso, dalla pennellata leggera e veloce, avvolge il Signore e ritorna in tutti i quadri presenti in mostra. È una sua cifra stilistica. Per Elvis il bianco è luogo astratto, pura luce, purezza inaccessibile. È spazio poetico, di vuoto. È il silenzio di un quadro. È lo spazio ineffabile di Dio. C’è bisogno di silenzio, oltre alle parole. In questa silenziosa aurora – luminoso biancore pasquale – si stagliano altre figure, i soldati innanzitutto, nella grande tela posta come pala d’altare, perché l’Ecce Homo ci conduce lì, ai piedi della croce.

Immersi in una pietraia desolata e solitaria stanno quattro distratti uomini intenti a spartirsi le vesti, tirando i dadi sulla tunica del Signore. Eppure il titolo che Spadoni propone invita a un ulteriore sguardo: «Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi che annunzia la pace» (Is 52, 7) invitando a vedere, in questa umanità, inconsapevolmente radunata sotto la croce, la forza dell’annuncio del Vangelo. Per Spadoni i quattro i soldati richiamano simbolicamente i quattro evangelisti; su di loro scende il mantello prezioso di Cristo.

S’intravvedono appena la croce e i piedi del Signore, la veste di Gesù è nascosta dall’altare. Solo chi accetta di accostarsi alle pendici del Golgota può vederla e toccarla e accorgersi che è intrisa di sangue. Questa tunica vuole richiamare alla veste preziosa di Giuseppe l’ebreo, un abito dalle lunghe maniche (Gen 37, 31-32), perché Giuseppe, in tutta la tradizione cristiana, è stato riletto come prefigurazione della passione del Signore: «Giuseppe è diffamato dai fratelli, Cristo è accusato dai falsi testimoni. Giuseppe incappa nell’invidia per i suoi sogni profetici, Cristo incontrò l’invidia per le sue profetiche visioni. Giuseppe gettato nella cisterna di morte, ne risale vivo, Cristo posto nel sepolcro di morte, ne ritorna vivo. Giuseppe fu venduto, Cristo fu valutato un determinato prezzo. Giuseppe è condotto in Egitto, in Egitto è fatto fuggire Cristo. Giuseppe somministra pane in abbondanza ai popoli affamati, Cristo con pane del cielo sazia le nazioni che si trovano in tutta la terra», scriveva nel V secolo Pietro Crisologo (Sermone 146, 6).

L’Emorroissa è colei che ha deciso e compiuto nel cuore il Santo Viaggio (Sal 83, 6). «Questo quadro parla di una partenza» e questa donna ha attraversato, simbolicamente, tutto il silenzio della tela, alla ricerca della Parola che salva. Troppe e troppo rumorose parole l’avevano raggiunta, ma nessuna di queste l’aveva guarita.

Il panno intriso di umiliazione ora è abbandonato alle sue spalle, perché una nuova vita è iniziata. Gesù non si vede: solo la veste e il gesto di questa donna – un gesto codificato fin dalle pitture delle catacombe romane – ci fanno intuire che siamo alla presenza del Signore. Egli stende la sua mano verso la donna in un potente gesto creatore.

Sarà nella tela dell’Adultera che la prossimità del Signore verso questa donna, e in lei per tutta l’umanità dispersa, si farà ancora più palpabile (Gv 8, 1-11). Nemmeno qui è dato di vedere il volto di Gesù. Solo nello spettacolo della profonda umiliazione, nell’Ecce Homo, possiamo contemplare il Cristo, un volto e un corpo che – dobbiamo dirlo – altro non sono che un autoritratto dell’artista secondo una consuetudine radicata nella poetica di Spadoni, usanza che allude, inoltre, ad altri autori che si sono cimentati nella rappresentazione delle storie di Cristo. «Vi siete rivestiti di Cristo» (Gal 3, 27) è il passo biblico scelto a commento di questo quadro, dove il silenzio è intenso, eppure leggero perché profuma di perdono. I sassi, caduti uno a uno dalla mano degli accusatori, indicano la possibilità di una nuova prospettiva. Cristo è accovacciato accanto a lei: è il gesto di un genitore verso proprio figlio.

A questa donna «salvata dallo spargimento del suo sangue», Elvis Spadoni ha voluto accostare la figura dell’apostolo Paolo presente alla lapidazione di Stefano. È ai piedi di Saulo che i testimoni avevano deposto il proprio mantello (At 7, 58). Si crea così una tensione, tra l’osservanza cieca della legge e il primato della carità inaugurato da Gesù. È come se in questa tela prendessero avvio, al tempo stesso, due conversioni, quella della donna e quella dell’apostolo delle genti, entrambi illuminati dalla Grazia del Signore. Su di loro il Padre, nel Figlio, ha steso il mantello di misericordia, potenza dello Spirito. Un mantello che è gloria.

Giovanni Gardini

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