Pietro, Giuda e il tempo della misericordia

Una riflessione a partire da tre scene cristologiche in Sant’Apollinare Nuovo

 

Davanti al mistero della passione di Cristo una profonda insufficienza di amore accomuna Pietro, Giuda e tutti gli apostoli; un baratro di sfiducia e di incomprensione offusca il loro sguardo e li rende ciechi davanti al tempo della croce. Questa distanza, che pare incolmabile, si percepisce – in un crescendo di opacità – a partire dal primo annuncio della passione quando Pietro, incredulo davanti alle parole del Signore, si mette a rimproverarlo, dopo averlo preso in disparte. È l’apostolo Pietro che più di altri – e a nome di tutti gli altri – esprime, con ingenue parole, il rifiuto della croce: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai» (Mt 16, 22). Se al secondo annuncio della passione gli apostoli sono segnati da una tristezza lacerante, enorme (cf. Mt 17, 22), al terzo segue l’inopportuna richiesta della madre dei figli di Zebedeo, una pretesa, la sua, che genera sdegno e rivalità tra gli apostoli e rende manifesta la loro durezza di cuore (cf. Mt 20, 17-28).

Il dramma di Pietro e degli apostoli andrà in crescendo sino a diventare palpabile al monte degli Ulivi quando Gesù dirà loro: «Questa notte per tutti voi sarò motivo di scandalo» (Mt 26, 31), parole esigenti e profetiche alle quali faranno seguito la debole pretesa del pescatore di Galilea – «Se tutti si scandalizzassero di te, io non mi scandalizzerò mai» (Mt 26, 33) – e l’ardente promessa di dare la vita per il Signore. Certo, Pietro morirà per il suo Maestro, ma non ora, non nel tempo della croce, non sulla collina del Golgota. Se l’evangelista lascia che sia l’apostolo Pietro a pronunciare queste potenti parole tuttavia desidera riportare il bisbiglio sommesso degli altri discepoli che si dicono disposti a morire per Gesù.

«Prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte» (Mt 26, 34) è la lapidaria risposta di Gesù alla pretesa di Pietro, parole, queste, che resteranno sospese e incomprensibili finché lo stridore del gallo che lacera e chiude la notte di angoscia e lo sguardo libero e silenzioso di Gesù (Lc 22, 61-62) come un balsamo scenderanno nel profondo del suo cuore e lo faranno piangere amaramente. Il pianto di Pietro, scrive il cardinale Martini, «rivela il venire meno, di fronte al Cristo sofferente, di tutte le sue sicurezze, di tutto ciò che egli aveva pensato di sé e di Gesù» e dallo sguardo che Cristo ha per Pietro «nasce la conoscenza di Gesù e di sé, finalmente si spezza il velo e Pietro comincia a intravvedere tra le lacrime che Dio si rivela nel Cristo schiaffeggiato, insultato, rinnegato da lui e che per lui va a morire. Pietro, che avrebbe voluto morire per Gesù, adesso comprende: il mio posto è lasciare che egli muoia per me, che sia più buono, più grande di me (…). Pietro entra, attraverso questa umiliazione vergognosa, nella conoscenza del mistero di Dio»[1].

La predizione del rinnegamento di Pietro è tra le più antiche immagini dell’iconografia cristiana presente, già dal IV secolo, nella plastica funeraria e nelle pitture delle catacombe, un brano evangelico che, lungo i secoli, più volte sarà rappresentato e codificato in immagini potenti e drammatiche.

A Ravenna, nella Basilica di Sant’Apollinare Nuovo, tra le scene cristologiche della parete destra -immagini incentrate sulla passione e risurrezione del Signore -, due riquadri sono dedicati alla figura di Pietro[2]. Nella sesta scena Gesù predice il suo tradimento: Pietro e Gesù sono uno di fronte all’altro, tra loro, sulla sommità di un pilastro, è posto un gallo ad evocare le parole del Signore e il peccato di Pietro all’alba di quel giorno tragico nel quale Cristo sarà crocifisso. Eloquenti sono i gesti delle loro mani: tre dita della mano destra del Signore sono sollevate – quasi un’evocazione della triplice negazione – mentre Pietro porta la mano al mento in segno di mestizia e riflessione.

Nell’immagine successiva si consuma il tradimento di Pietro davanti alla serva che lo riconosce come uno dei discepoli di Cristo: all’incalzare della donna reso magistralmente dal suo corpo proteso verso l’apostolo, corrisponde il ritrarsi di Pietro, la sua mano aperta a rendere manifesta una distanza, lo sfaldarsi dell’esperienza della fraternità.

Se lungo i secoli l’arte cristiana, di cui queste immagini ravennati segnano la genesi di uno sviluppo narrativo, ha voluto rappresentare la caduta di Pietro come immagine simbolica nella quale racchiudere tutto lo sgomento dell’uomo che rinnega il suo Dio, è al tempo stesso da notare come il peccato non sia l’ultima parola nell’esistenza del pescatore di Galilea[3]. Le calde lacrime che scorrono sul suo viso purificheranno i suoi occhi rendendoli liberi di accogliere lo sguardo misericordioso di Cristo: «Ma lui mi ha insegnato che la misura del perdono/ è di settanta volte sette e anch’io/ in questo numero, sarò rimesso» farà dire, Sabrina Foschini, a Pietro, per sottolienare come nell’accoglienza del perdono l’apostolo sperimenterà la vertigine della sequela e l’inizio di una vita nuova, nella grazia della resurrezione[4].

Nella Basilica di Sant’Apollinare Nuovo alle due immagini incentrate sulla figura di Pietro fa seguito una scena rara nell’iconografia cristiana che ha come protagonista Giuda nel momento in cui restituisce i trenta denari: «Allora Giuda – colui che lo tradì -, vedendo che Gesù era stato condannato, preso dal rimorso, riportò le trenta monete d’argento ai capi dei sacerdoti e agli anziani, dicendo: «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente». Ma quelli dissero: «A noi che importa? Pensaci tu!». Egli allora, gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò e andò a impiccarsi» (Mt 27, 3-5)[5]. Nelle prime scene cristologiche della passione la sua figura ha un ruolo evidente: lo vediamo nell’ultima cena, composizione che è incentrata proprio nel momento dell’annuncio del tradimento, e poi nell’incontro tragico dell’arresto dove con un bacio, il discepolo, consegna il suo Maestro. In questa immagine inconsueta Giuda regge il sacchetto dei trenta denari, un dettaglio che più volte gli artisti vorranno rappresentare gettato a terra, con le monete sparse. «Questi denari che ho preso, sono solo/ la sabbia gettata in faccia ai gendarmi/ perché non arrivassero a comprendere le mie ragioni./ Uno ne ho speso, per comprare la corda/ gli altri li lascerò ai cani/ per ripagarli della sepoltura che sapranno farmi/ ai piedi di questo albero./ Lancio la fune al ramo più basso/ perché possano arrivare senza sforzo, fino a me», una disperazione questa di Giuda, alla quale Sabrina Foschini concede un barlume di umanità: «Ovunque si trovi,/ voglio andare dove è andato lui», fa dire al traditore nell’ultimo verso della poesia a lui dedicata, quasi a volergli restituire quell’originaria scintilla d’amore che lo aveva spinto alla sequela del Signore[6].

Giuda, al pari di Pietro, conosce il rimorso del tradimento, il peso e la solitudine del peccato, ma la differenza tra questi due discepoli sta nel fatto che egli è incapace di accogliere lo sguardo di Cristo e il suo perdono; lascia che il suo peccato diventi l’orizzonte nel quale smarrirsi, si ostina a credere che il suo cuore sia già morto. Pietro e Giuda sono due esistenze prossime a Cristo: entrambi sono toccati dal suo amore, entrambi sono feriti dall’esperienza del fallimento. Come Pietro è illuminato dallo sguardo del Signore, così la mano di Giuda è sfiorata da quella del Cristo per ricevere il cibo benedetto: mani e sguardi si intrecciano in una prossimità di corpi, parole e gesti si rincorrono, e lasciano emergere sia il peccato sia la misericordia.

L’ultima immagine che la Basilica di Sant’Apollinare Nuovo ci consegna di Giuda è quella in cui è davanti al tempio di Gerusalemme, imbrigliato nel rimorso e confuso dalla parola ipocrita dei capi dei sacerdoti che raccolgono le monete che ha gettato a terra, denaro che non è lecito mettere nel tesoro perché è prezzo di sangue (cf. Mt 27, 6).

L’immagine di Pietro, invece, ritorna come a chiudere il ciclo cristologico teodericiano nella maestosa scena di riconoscimento del Risorto, otto giorni dopo la Pasqua, quando il Cristo, a porte chiuse, entra nel cenacolo. Egli, accanto al fratello Andrea, acclama, con Tommaso e gli altri apostoli, il Signore; il suo sguardo punta in alto, fisso sul volto del Cristo. Oltre al pianto amaro, a differenza di Giuda, Pietro accoglie la misericordia che sgorga dalla croce, si lascia guarire dalle ferite del Signore (cf. 1Pt 2, 24) nella libertà della sequela.

Giovanni Gardini

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[1] C. M. Martini, I racconti della passione. Meditazioni, Morcelliana, Brescia 1994, p.16; pp. 27-28.

[2] In merito all’iconografia delle ventisei scene cristologiche si vedano i seguenti studi e la bibliografia ivi citata: L. Ottolenghi, Stile e derivazioni iconografiche nei riquadri cristologici di Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna, Ravenna, Tipografia Arti Grafiche [1955?]; G. Bovini, Mosaici di S. Apollinare Nuovo di Ravenna. Il ciclo cristologico, Arnaud 1958.

[3] Nella prima iconografia cristiana la figura di Pietro, come osserva Fabrizio Bisconti, «assurge a immagine-simbolo del perdono nei confronti dei lapsi, che avevano apostatato durante le persecuzioni» F. Bisconti, Pietro in Temi di iconografia paleocristiana, cura e introduzione di F. Bisconti, Città del Vaticano 2000, p. 259.  Al tempo stesso, osserva sempre Bisconti, «la scena del ter negabis assume un significato paradossale, rievocando non una situazione negativa, ma una triplice confessione di fede: per questo il tema ebbe tanta fortuna e appare sia nella scultura, sia nella pittura, sia nel mosaico e nelle arti minori», F. Bisconti, Pietro e Paolo: l’invenzione delle immagini, la rievocazione delle storie, la genesi delle teofanie in Pietro e Paolo. La storia, il culto, la memoria nei primi secoli a cura di A. Donati, Electa, Milano 2000, p. 48. Sull’iconografia del rinnegamento di Pietro interpretata alla luce dei Padri della Chiesa come segno della remissione dei peccati, della grazia e della misericordia di Cristo si veda inoltre: J. Dresken-Weiland, Immagine e parola. Alle origini dell’iconografia cristiana, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2012, pp. 127-139.

[4] S. Foschini, Pietro, in Voce del Verbo, Moretti e Vitali, 2012, p. 69.

[5] Un confronto interessante è costituito da una pagina miniata del Codice Purpureo di Rossano dove è riportata la medesima scena – la restituzione dei trenta denari -, immagine alla quale fa seguito un ampliamento sulla vicenda del traditore dove è riportata la più consueta raffigurazione della morte di Giuda appeso all’albero.

[6] Foschini 2012, pp. 91-92.

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