La Presentazione del Signore al Tempio

La Presentazione del Signore al Tempio

La festa della Presentazione del Signore al Tempio o Festa dell’Incontro è una delle dodici grandi feste bizantine. I due nomi con cui è chiamata vogliono porre l’attenzione o sulla Purificazione della Vergine e l’offerta del Bambino al Tempio oppure, nel secondo caso, sull’incontro tra il vecchio Simeone e Gesù, tra l’uomo vecchio e l’Uomo Nuovo (Lc 2, 21-40).

Nel suo Diario di viaggio Egeria, pellegrina in Terra Santa alla fine del IV secolo, racconta di questa festa celebrata nella grande basilica dell’Anastasis, la chiesa della Resurrezione: «Il quarantesimo giorno dopo l’Epifania è qui celebrato con grande solennità. In quel giorno infatti si fa una processione all’Anastasis e tutti vi partecipano; ogni cosa si compie con grande festa, come a Pasqua. Predicano tutti i sacerdoti e pure il vescovo, commentando sempre quel passo del Vangelo nel quale si dice che Giuseppe e Maria, il quarantesimo giorno, portarono il Signore al Tempio e che Simeone e la profetessa Anna, figlia di Fanuele, lo videro, e si ricordano le parole che essi dissero alla vista del Signore e l’offerta che i genitori fecero. Dopo aver compiuto secondo il rito tutte le cerimonie usuali, si celebrano i Misteri e avviene il commiato» (Egeria, Pellegrinaggio in Terra Santa, Città Nuova 2012, p. 146). Se Egeria non ricorda i ceri accesi, una presenza che contraddistingue questa festa conosciuta anche come candelora, il loro uso va comunque attestato fin dall’epoca antica. Cirillo, vescovo di Alessandria nel V secolo, parlando di questa celebrazione allude alla luce: «Festeggiamo in modo splendente con lampade brillanti il mistero di tale giorno»; un’anonima omelia pronunciata a Gerusalemme nella stessa epoca recita: «Siamo splendenti e le nostre lampade siano brillanti. Quali figli della luce offriamo i ceri alla vera luce che è Cristo».

Nella Basilica romana di Santa Maria Maggiore si ha una straordinaria, quanto complessa e affollata, iconografia della presentazione al tempio che non troverà seguito nelle successive immagini legate a questo episodio evangelico. La tradizione iconografica relativa a questa scena, come possiamo vedere in questa bella icona della collezione del Museo Nazionale di Ravenna, si consoliderà e manterrà stabile nei secoli su uno schema preciso incentrato sui personaggi citati nel vangelo lucano, senza ulteriori aggiunte.

Se Giuseppe e Anna sono sempre posti in secondo piano – Giuseppe, pieno di meraviglia, reca l’offerta rituale mentre Anna solitamente ha il dito della mano alzata ad indicare che sta parlando del bambino – Maria è sempre al centro della scena rappresentata nel momento in cui sta porgendo o ha appena dato, come nel caso della nostra icona, il Bambino a Simeone; sullo sfondo è il ciborio ad evocare il Tempio di Gerusalemme. Gesù, presenza attorno a cui ruota tutta la scena, non è raffigurato in fasce, ma porta una veste preziosa: egli è il legislatore, il re, il Signore. In questa tavola del Museo Nazionale Simeone regge il Bambino tra le braccia rendendo evidente l’incontro tra l’Antico e il Nuovo Testamento. Egli accoglie Gesù con le mani velate, un gesto, questo, antichissimo che esprime profonda venerazione. San Romano, poeta e teologo siriano tra V e VI secolo, immaginando la scena, fa dire a Simeone:

«Tu sei grande e glorioso, sei stato generato misteriosamente dall’altissimo, figlio tutto santo di Maria (…); oso tenerti come una lampada: perché chiunque tra gli uomini porta una lampada è rischiarato, non bruciato».

Giovanni Gardini

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Giovanni Ciampini, Vetera Monimenta, Vol I, Tav. IL, pag. 200

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Icona del Museo Nazionale di Ravenna. Si ringrazia per aver concesso l’immagine.

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