Sant’Apollinare, primo vescovo di Ravenna

img_1195.jpgSant’Apollinare, martire della fine del II secolo, è stato il primo vescovo di Ravenna. La sua festa liturgica, fin dall’epoca antica, è celebrata il 23 luglio.

Il più antico documento che parla di Sant’Apollinare risale a Pietro Crisologo, vescovo di Ravenna nella prima metà del V secolo; nel Sermone 128 Apollinare è ricordato come il primo vescovo della chiesa ravennate e martire: egli fu «l’unico che adornò questa Chiesa locale con l’eccelso nome del martirio». Pietro Crisologo definisce Sant’Apollinare buon pastore: «Ecco, è vivo, ecco, come il buon pastore fa sorveglianza in mezzo al suo gregge».

La Passio Sancti Apollinaris, un testo che la critica data tra il VI ed il VII secolo, è un documento agiografico importantissimo che permette di ricostruire la vita, il culto e l’iconografia del protovescovo ravennate. Secondo la tradizione Sant’Apollinare sarebbe originario di Antiochia, città che avrebbe lasciato, insieme all’apostolo Pietro, per recarsi a Roma. Da lì, l’Apostolo, lo avrebbe poi inviato a Ravenna ad annunciare il Vangelo tra i pagani: «Il beato Pietro disse al suo discepolo Apollinare: “Tu che siedi con noi, ecco che sei istruito su tutto quello che ha fatto Gesù. Alzati e ricevi lo Spirito Santo e nello stesso tempo il pontificato, e recati nella città che si chiama Ravenna. C’è là un popolo numeroso. Predica a essi il nome di Gesù e non aver paura. Infatti tu sai bene chi sia veramente il Figlio di Dio che restituì la vita ai morti e porse la medicina agli ammalati”. E dopo molte parole il beato apostolo Pietro, pronunciando una preghiera e ponendo la mano sul suo capo, disse: “Il Signore nostro Gesù Cristo mandi il suo angelo che prepari la tua strada e ti conceda quanto avrai chiesto”. E baciandolo lo congedò».

A Ravenna Apollinare guarisce i ciechi, gli infermi, i muti, sana i lebbrosi, scaccia i demoni, ridona la vita ad una fanciulla morta, la figlia di Rufo che aveva il comando di Ravenna, la sua parola distrugge le statue degli idoli. La Passio registra l’attività missionaria del Santo oltre la sua città di elezione, nell’Emilia, lungo le coste di Corinto, dove farà naufragio, lungo le rive del Danubio ed infine in Tracia, presentando così la figura di Sant’Apollinare come quella di un evangelizzatore itinerante. Il ritorno a Ravenna segna, nel racconto agiografico della Passio, l’ultima parte di vita del Santo: il testo riporta gli ultimi miracoli compiuti ed il suo costante annuncio della Parola del Signore prima di subire il martirio per mano dei pagani, non lontano dalla città di Classe, luogo dove verrà sepolto «in un’arca di sasso».

Un’antica tradizione attestava il martirio di Sant’Apollinare al 74 d.c. pochi anni dopo il martirio dell’apostolo Pietro, una leggenda agiografica che rimarcava il legame tra il protovescovo ravennate ed il vescovo di Roma. Ancora alla fine del XIX secolo era sostenuta questa memoria: nel 1874 la chiesa ravennate celebrò solennemente l’anniversario del XVIII° centenario del martirio di Apollinare. Fu in quell’occasione che l’arcivescovo di allora, Mons. Vincenzo Moretti (1871-1879), decise di trasferire parte delle reliquie del Santo vescovo, il capo e la mano destra, nel Duomo di Ravenna, dove ancor oggi si trovano, in una teca collocata entro l’altare maggiore.

Nei secoli passati la questione relativa al luogo della sepoltura del Santo è stata oggetto di un’importante controversia tra i monaci classensi ed i monaci della Basilica di Sant’Apollinare Nuovo, disputa nella quale intervenne direttamente Papa Alessandro III (1159-1181) che, nel 1173, decise di inviare un suo rappresentante per verificare quale dei due monasteri custodisse realmente le spoglie del Protovescovo. Le reliquie di Apollinare furono rinvenute nella cripta della Basilica classense: sul corpo del Santo furono rinvenute tre piccole lamine d’argento che riportavano passi inerenti alla sua vita e al suo martirio.

Prof. Giovanni Gardini

Direttore Ufficio per la Pastorale della Cultura

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Risveglio 28 2016-07-22 web

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