LE SEPOLTURE DI RINALDO, BARBAZIANO E PIETRO PECCATORE A RAVENNA

Il culto e gli arredi funerari alla luce delle ricognizioni e dei documenti d’archivio

Il presente articolo è stato pubblicato in Studi Romagnoli LXIII, 2012, pp. 781-804

Più di un secolo è trascorso dal 1908, anno in cui la Soprintendenza ai monumenti – sollecitata da Corrado Ricci – rimosse i sarcofagi del beato Rinaldo e di San Barbaziano addossati lungo le pareti laterali della Cappella della Madonna del Sudore nel Duomo di Ravenna e quello di Pietro peccatore incastonato nella muratura di Santa Maria in Porto Fuori, per poterne studiare le parti postiche e l’arcivescovo Pasquale Morganti eseguì la ricognizione canonica dei santi corpi venerati[1].

I tre sarcofagi, ammirati per la loro bellezza, riservarono, alla loro apertura, non poche soprese: oltre alle sante reliquie, al loro interno furono rinvenuti preziosi frammenti di abiti liturgici, reliquiari e documenti, testimonianze tutte importantissime.

Gli studi dell’epoca si concentrarono sugli aspetti storico-artistici, lasciando che le questioni più propriamente agiografiche e cultuali rimanessero oggetto di cronache e relazioni, peraltro molto dettagliate, riservate all’ambito ecclesiastico e rimaste inedite.

  1. La ricognizione delle reliquie del beato Rinaldo da Concorezzo

 Il beato Rinaldo da Concorrezzo, fu arcivescovo di Ravenna dal 19 novembre 1303 al 18 agosto 1321. Alla sua morte fu riutilizzato per la sua sepoltura un antico sarcofago datato alla prima metà del V secolo: «Sepultus est in monumento ex marmore in aede Ursiana»[2].

Fino al 1908 di questo sarcofago erano visibili esclusivamente la fronte ed i fianchi, essendo stato addossato alla parete sinistra della Cappella seicentesca della Madonna del Sudore nel Duomo di Ravenna. La parte anteriore era stata studiata per la sua particolare iconografia che presenta il Cristo tra i principi degli apostoli in una scena di Maiestas Domini: il Cristo è assiso su un trono sotto al quale scorrono quattro fiumi che insieme alle palme costituiscono elementi paradisiaci, mentre le ampie nubi sullo sfondo offrono uno scenario apocalittico.

La ricognizione effettuata dall’Arcivescovo Morganti nell’aprile del 1908 è stata l’ultima di una serie di ispezioni della sepoltura venerata. La prima ricognizione avvenne sotto l’episcopato di Giulio Feltrio della Rovere (1566-1578): Girolamo Rossi nelle Historiarum Ravennatum riporta le parole dell’arcivescovo che ricordava di aver visto il corpo «integrum, ac penè recens, promissa barba, statura procera, ingenua forma, & specie ad dignitatem apposita inventum est»[3]. A questa, seguì la ricognizione di Pietro Aldobrandini (1604-1621), poi quella di Luigi Capponi (1621-1645), il quale raccolse le spoglie mortali del beato Rinaldo in una cassetta lignea dopo che l’acqua, durante l’inondazione del 1636, raggiungendo una considerevole altezza, entrò nel sarcofago compromettendo l’integrità della sepoltura.

Prima del Morganti, l’ultimo a compiere una ricognizione canonica, fu l’arcivescovo Luca Torreggiani (1645-1669), nipote del Capponi, il quale fece trasferire il sarcofago e le spoglie del beato Rinaldo all’interno della Cappella della Madonna del Sudore che, in quello stesso anno, il 1659, veniva consacrata. Un’iscrizione coeva, tutt’ora visibile nella cappella sopra all’urna, fu posta a ricordo:

DIVI RAYNALDI/ RAVENNATIS ARCHIEPISCOPI/ VENERABILES EXVVIAS/ DIVINO LICET/ MIRACVLORVM SPLENDORE ILLVSTRES/HVMILI TAMEN/ ANGVLO BASILICAE OBSCVRAS/VT EXORIENTE/ HOC RAVENNATIS MVNIFICENTIAE SACELLO/ AD EMINENTIOREM PVBLICE DEVOTIONIS LVCEM/ EXORIRENTVR ILLVSTRIORES/ LVCAS TORRIGIANVS/ARCHIEPISCOPVS/ IN PERENNE SVAE PIETATIS MONVMENTVM/ DEPORTAVIT/ ANNO SAL: MDCLIX

L’antico sarcofago del beato Rinaldo, assieme a quello di San Barbaziano, portava lustro alla cappella e ne completava il processo di monumentalizzazione.

Quando il 28 aprile, scoperchiato il sarcofago, si aprì la cassetta di quercia che Torreggiani aveva posto all’interno e furono rotti i sigilli della cassa di piombo entro quella lignea, si videro le ossa del santo alle quali era unito, come ricorda il Muratori, «un ammasso di stoffe che furon tratte fuori a brandelli»[4].

Il Diario delle Sacre Funzioni dal giorno 8 settembre 1901 alli 31 Decemb. 1909, documento presente nell’Archivio Storico Diocesano di Ravenna, riporta una precisa descrizione dell’evento. Il Canonico don Cesare Uberti, custode delle reliquie, redasse il testo di quanto si vide nella cassetta plumbea posta all’interno della teca lignea. Dopo aver stilato un minuzioso elenco del numero e del tipo di ossa rinvenute, descrisse quanto fu trovato, oltre alle reliquie ossee, all’interno del reliquiario: le suole dei sandali del santo, le chiroteche, due piccoli cristalli di rocca, uno dei quali inciso con la rappresentazione dei protoparenti e brandelli di stoffe liturgiche. In appendice al Diario delle Sacre Funzioni, furono riportate alcune fotografie e il disegno, in scala 1/1 di quanto trovato[5].

Nei frammenti di stoffa furono riconosciuti gli abiti vescovili con i quali Rinaldo fu inumato: essi sono documenti importantissimi, data la loro antichità di vesti liturgiche dei primi anni del XIV secolo. Una parte delle vesti fu collocata in una teca di cristallo, visibile all’interno dell’Archivio Storico Diocesano di Ravenna; altri frammenti, come ad esempio le suole di sughero, a nostro avviso, si riposero insieme alle ossa del beato, all’interno del sarcofago[6]. La stoffa di maggiore interesse, nonostante il precario stato di conservazione, fu la casula: una volta restaurata, essa trovò spazio all’interno delle collezioni del Museo Arcivescovile dove ancora si può ammirare. Nel nuovo allestimento del 2010 essa è posta al secondo piano, nella Sala II B, detta Sala delle pianete[7].

  1. 1 Le chiroteche

All’interno del sarcofago, come accennato, furono trovate le chiroteche episcopali in maglia[8]. Esse recano dei ricami policromi molto rovinati, ma soprattutto sono caratterizzate dalla presenza di due medaglioni dal fondo dorato sui quali, decorati a smalto, sono rappresentati il Cristo Pantocrator e San Giovanni evangelista. Essi furono trovati divisi dalle chiroteche, ma furono riferiti ad esse grazie al segno che vi avevano lasciata sopra: «Uguali le dimensioni, corrispondenti i punti d’attaccatura ancor visibili sulle borchie e sui guanti, esattissima l’impronta lasciata sul tessuto a maglia: v’è perfino, affisso a questa, un appiccagnolo»[9].

La chiroteca sinistra reca un medaglione sul quale, in smalto, è rappresentata la figura di Cristo dal volto barbato: egli veste una tunica rossa ricoperta da un manto blu, nella mano sinistra regge un codice gemmato, con la destra benedice. Il capo è cinto da un clipeo crucisegnato  dal fondo verde e bordato di rosso sul quale sono, incise e smaltate di rosso, le lettere greche IC XC.

All’interno del medaglione posto sulla chiroteca destra, è rappresentata l’immagine di Giovanni evangelista dal volto giovanile e imberbe: il capo è cinto da un clipeo uguale nei colori a quello del Cristo, veste una tunica verde e un manto blu, nelle mani regge un codice gemmato. Questo medaglione, a differenza dell’altro, presenta diverse lacune. Inizialmente l’immagine raffigurata era stata interpretata erroneamente e confusa con quella della Vergine: il Muratori aveva riferito questa ipotesi, senza tuttavia riuscire a conciliare l’iconografia della Vergine con i monogrammi in smalto accanto alla figura[10]. In seguito Piero Piccinini, ipotizzò, giustamente, si trattasse dell’evangelista Giovanni[11]. La lettura che egli propone per le lettere è tuttavia passibile di qualche correzione: Piccinini legge, sulla sinistra del clipeo, le lettere SJO, che scioglie, in completamento con le lettere ES che legge a destra, in S[anctus] Jo[hann]es, mentre il Muratori, più giustamente, aveva individuato a sinistra le lettere STO, interpretandole come la sigla di Sanctus e riferendo il segno di abbreviazione posto sopra alle tre lettere ad un’unica parola.

L’iscrizione sulla parte destra era stata letta dal Muratori come LES, lettura sulla quale egli stesso aveva espresso qualche dubbio; il Piccinini invece vi scorge stranamente solo le lettere ES. A queste due letture dell’iscrizione di destra, accogliendo per la parte sinistra la lettura del Muratori, possiamo aggiungerne una terza che legge nei segni JES l’abbreviazione del nome J[ohann]es.

  1. 2 Il cristallo di rocca

Durante la ricognizione, come già accennato, furono ritrovati tra le antiche stoffe due piccoli cristalli di rocca di forma ovale (mm 16 x 11), di cui uno inciso con la raffigurazione dei protoparenti, l’altro liscio che, probabilmente, serviva a custodire l’incisione del primo. Questi piccoli cristalli sono stati interpretati come sigillo anulare[12]. La questione a nostro avviso rimane aperta, ma si esclude che possano essere stati parte di un sigillo anulare, data la fragilità del cristallo di rocca, inadatto quindi a tali scopi[13].

L’iconografia del cristallo inciso è molto particolare. Adamo è raffigurato di profilo, nudo, con il braccio sinistro proteso verso Eva, con la mano ne tocca il corpo; l’indice della mano destra è levato al cielo. Il volto di Adamo rivolto verso la donna e l’espressione della bocca, rappresentata aperta, sono da collegare all’atto del parlare e portano ad identificare la scena come l’accusa di Adamo nei confronti della donna[14]. Eva è raffigurata frontalmente, intenta a coprirsi le nudità con le mani: i lunghi capelli sono sciolti sulle spalle. Desta meraviglia l’assenza sia dell’albero sia del serpente e, se è difficile sostenere con il Muratori che questa scena sia un unicum ravennate, certamente possiamo affermare che siamo davanti ad un’immagine singolare[15].

Santi Muratori, concludendo il discorso sul cristallo inciso, precisa più volte come negli incavi dell’incisione si scorgessero «tracce di colorazione verde», ipotizzando che tutto il vano inciso, riempito di colore, fosse protetto dal cristallo liscio[16]. Allo stato attuale non vi sono tracce di questa colorazione verde: al suo posto si notano minuscoli frammenti di colore rosso sulla figura di Adamo – sul capo e nelle gambe – residui che ricordano la ceralacca.

  1. 3 La processione con le reliquie del beato Rinaldo

Tra i documenti dell’Archivio Storico Diocesano di Ravenna e dell’Archivio del Seminario Arcivescovile dei Ss. Angeli Custodi di Ravenna sono presenti alcuni documenti inediti, manoscritti e fotografie, che testimoniano come si svolsero le celebrazioni legate al beato Rinaldo e dai quali si evince che la ricognizione avvenne tra il 28 ed il 30 aprile, mentre il 1 maggio le reliquie di Rinaldo furono portate in processione dall’Episcopio alla Cattedrale, passando per Piazza Duomo,  per essere lasciate alla venerazione dei fedeli sino al giorno seguente allorché privatamente, furono ricollocate nel sarcofago[17].

Della processione, oltre alla breve testimonianza che ci ha lasciato Gaetano Savini nelle Memorie illustrate di Ravenna[18], si possiede un’interessante descrizione nel Diario delle Sacre Funzioni, testo conservato presso l’Archivio Storico Diocesano:

1 maggio. Venerdì. (…). Intonato dal Maestro di Coro il Benedictus, si è incominciata la Processione. Precedeva la croce del capitolo sotto la quale incedevano i Seminaristi, poi i Parochi, ed i Mansionarii. Seguiva la croce arcivescovile fra i ceroferari poi il Capitolo, quattro canonici vestiti di Pluviale bianco e Mitra, Monsignor Arcivescovo, il Coro dei Cantori, i due turiferari e finalmente il feretro portato da 4 Mansionarii con stola bianca, a quali fuori dall’atrio arcivescovile subentravano a portare il sacro feretro quattro Parrochi, fino alla porta Maggiore della Metropolitana dove dai Parochi fu consegnato ai quattro signori Canonici, vestiti di Pluviale come è detto sopra, i quali lo hanno portato fino all’altare maggiore che guarda il popolo. La Processione ha percorso la strada del Battistero ed ha girato intorno al piazzale della Chiesa[19].

Oltre a questa narrazione precisa e puntuale scritta da don Cesare Uberti canonico della metropolitana e custode delle Sacre reliquie, ve n’è un’altra, più narrativa e colloquiale, nei Diari del Seminario Arcivescovile dei Ss. Angeli custodi, redatta da chi, allora, aveva l’incarico di compilare le cronache quotidiane della vita del Seminario:

Maggio. 1. Venerdì. Vacanza da scuola. Studio dalle 8, 45 alle 9, 45. Alle 10 tutti in Duomo, dove ascendiamo il Palazzo Arcivescovile e si ordina con a capo l’Arcivescovo in Pluviale la Processione per il Battistero e tutta la piazza Duomo, trasportando le ossa del glorioso S. Rainaldo, Arcivescovo di Ravenna, morto nel 1321, di cui l’Arcivescovo aveva fatto aprire pochi giorni prima la tomba, che era ed è sita all’altare della Madonna a cornu Evangelii, e ne aveva fato il riconoscimento canonico, richiudendone poscia le ossa in apposita urna, che di nuovo fu collocata nella sua tomba; il popolo era abbastanza numeroso. Dopo alla Processione, c’è, secondo il solito, la Messa Pontificale, celebrata quest’anno dal Canonico Teologo Pio Bignardi. Al Vangelo l’Arcivescovo, che assiste alla Messa in Pluviale, tiene un apposito discorso sopra San Rainaldo. Alle 12, 15 usciamo dal Duomo. Al pomeriggio dormizione. Alle 13, 45 poi studio. Dalle 15,30 fino all’ora del Duomo: in Duomo tutti ai vespri pontificali. Dopo un po’ di passeggio, poi alle 19, 15 mese di Maggio in San Girolamo, dove predica il Reverendo Signor Rettore Bagnardi. Alle 21.30 riposo. In refettorio a pranzo secondo il solito!!![20].

 

  1. La ricognizione delle reliquie di Pietro peccatore

Il 30 aprile si procedette alla ricognizione delle reliquie di Pietro degli Onesti, detto Pietro Peccatore la cui vicenda è profondamente legata al bassorilievo bizantino con l’immagine della Vergine Orante, più conosciuto come Madonna Greca. Riporta l’Uberti nelle Diario delle Sacre Funzioni:

30 Aprile. Giovedi. (…). Alle ore 9 montato in carrozza unitamente al Canonico cancelliere, al suo Secretario ed all’infrascritto si è recato alla chiesa di Porto Fuori dove per ordine della Commissione sopralodata dei Monumenti si doveva rimuovere e trasportare in altra posizione il sarcofago che contiene il corpo del Beato Pietro Peccatore. Estratta la cassa si è trasferita in una stanza del Rettore di detta Chiesa ed ivi aperta si è ritrovato contenere il Corpo del Beato Pietro, che a causa dell’umidità del luogo era molto deperito. Estratte le ossa e ripulite senza farne una ispezione e recensione si sono nuovamente ricollocate nella medesima cassa dopo averla ripulita. Erano presenti il Reverendissimo Padre Abbate di Fano, il Reverendo Presidente della chiesa Portuense (ora anche Parroco di Santa Barbara) il Reverendo Don Umberto Ranieri ed il Reverendo Don Luigi Cornicelli Canonici Lateranensi. Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Arcivescovo ritenne fuori alcune ossa, cioè l’osso dell’omero sinistro – l’osso dell’astragalo destro – l’osso del calcagno destro, – tre ossa del metatarso – e quattro del tarso[21].

Questa ricognizione è documentata anche dal testo del Muratori, il quale aggiunge qualche dettaglio in merito:

Un tenue pannicello color rosa, sul quale è un ormai obliterato disegno a rami ricurvi verdognoli, copriva il povero mucchio delle ossa disseccate. Dobbiam crederlo spettante al secolo XII? Ne fanno testimonianza il pessimo stato di conservazione della stoffa che, guasta dall’umidore, si lide al più leggiero tocco, il tipo del disegno e i ragguagli che si trovano in un volume dell’Archivio storico municipale di Ravenna. Ivi, dopo descritti i preliminari della invenzione del sacro corpo operata dall’arciv. Crispi il 3 luglio 1721, è detto: «Inventa in ea extare ossa unius corporis humani cooperta, sive involuta quodam panno serico intexto floribus, rubei, albi et violacei coloris, longo tempore valde attrito quod reputatum fuit Planeta (?)»[22].

Le reliquie del beato Pietro furono riposte il 6 giugno all’interno dell’antico sarcofago: un trafiletto tratto dal Risveglio del 9 maggio di quell’anno rende nota la notizia[23].

La storia relativa al sarcofago, e di conseguenza alle reliquie di Pietro Peccatore, merita una qualche attenzione alla luce delle profonde ed irreparabili devastazioni causate dai terribili bombardamenti avvenuti durante la seconda guerra mondiale. Ebbe a scrivere Mazzotti:

Il 5 novembre 1944 alle ore 8, 30 formazioni aeree anglo-americane sganciarono sulla basilica almeno 17 bombe. Nel diario parrocchiale io scrissi allora «Forse la parola fine! Tutto è distrutto, anche il campanile, che si stimava il rifugio migliore». Massi informi di pietrame al posto di un monumento eccezionale nella storia e nell’arte per Ravenna. Verso il cielo, quasi imploranti, s’alzavano le travature. Pochi i brandelli di pittura, che si salvarono, meno ancora per la parte architettonica. Soltanto il sarcofago potè più tardi essere estratto integro dalle macerie[24].

Prima della ricognizione del 1908 il sarcofago di Pietro Peccatore era collocato lungo la navata destra della chiesa e posto all’interno di una nicchia, sotto un arco a sesto acuto, all’altezza del campanile; esso non appoggiava a terra, ma era sopraelevato e incassato nella muratura in modo che non solo la parte postica risultava nascosta, ma anche le immagini lungo i fianchi laterali erano poco visibili[25]; Corrado Ricci, nel 1878, aveva così descritto la sua collocazione: «In fine alla navata sinistra evvi, impostata nel muro, un’urna bizantina, sulla quale sono scolpite varie figure, ove – come leggesi nella iscrizione che le è sottoposta – fu riposta la salma di Pier degli Onesti morto nel 1119»[26]. Il sarcofago da tempo era attestato in questa posizione: una pianta della chiesa di Santa Maria in Porto fuori disegnata da Camillo Morigia (1743-1795) ne registrava la presenza nella stessa collocazione indicata dal Ricci. In seguito all’intervento della Soprintendenza, che mirava a farne conoscere appieno la ricca iconografia, il sarcofago fu spostato all’interno della cappella sinistra della chiesa. Ricorda il Ricci nel 1923: «In questa cappella si trova pure un’urna del V secolo con Redentore e gli Apostoli (fronte e fianchi) e, a tergo, un disco con la croce fra due colombe e due palme, a rilievo, convertita nel sec. XII a sepolcro di Pietro Peccatore morto nel 1119. Sotto un arco ogivale, dove essa urna si vide sino al 1908, vicino all’ingresso della cappella stessa, si legge l’antica epigrafe metrica, rinnovata nel sec. XVI»[27]. A questa testimonianza si accompagna quella di Mazzotti: «Nel 1908 il sarcofago di Pietro era stato trasferito nella cappella di nord e quando l’acqua cresceva nell’alveo dei Fiumi Uniti, anche in chiesa, nella parte ribassata, ne filtrava uno strato d’acqua che stagnava ed i rospi vi si annidavano»[28]. Anche da un trafiletto di giornale dell’epoca sappiamo che il sarcofago era stato posto dalla «Sovraintendenza dei monumenti (…) nella Capella a sinistra dell’altar maggiore»[29].

Il sarcofago di Pietro rimase nella Cappella sinistra dal 1908 sino al 1940, quando, per volontà del Mazzotti ritornò sotto l’arco vicino all’epigrafe che ne ricordava la sepoltura venerata: «Nel novembre 1940, volendo io erigere un altare marmoreo nella cappella minore di nord, chiesi ed ottenni di potere riportare il sarcofago paleocristiano sotto l’arco a sesto acuto, dove era stato tolto nel 1908 e ricongiungere in tal modo la tomba di Pietro all’epitaffio pertinente da cui era stata disgiunta incongruamente. Per questo motivo si dovette procedere ad una nuova sistemazione del manufatto»[30].

Le vicende di questo sarcofago tuttavia non finivano qui. Esattamente quattro anni dopo, nel novembre del 1944, esso fu sepolto dalle macerie a seguito del terribile bombardamento che causò la distruzione dell’antica basilica e prima di essere estratto miracolosamente integro insieme all’epitaffio, rimase sotto le rovine della chiesa per diverso tempo; a un anno dalla distruzione della chiesa il Mazzotti ne lamentava il fatto:

Anche il sarcofago di Pietro degli Onesti, intatto, rimane tutt’ora sotto le macerie in attesa di venire rimesso alla luce e posto al coperto: si tratta di uno dei nostri migliori sarcofagi; ma ancora nulla si è fatto. E dire che per l’estrazione non occorrerebbero grandi spese e basterebbero pochi operai qualunque! Per fortuna che i buoni abitanti del posto nulla hanno asportato di materiale, nonostante il bisogno fosse grande. Ma quello che l’onestà di una buona popolazione rurale, conscia che la bella basilica rendeva Porto fuori celebre nel mondo, ha preservato da ulteriore distruzione e dispersione, incuria di uomini ed intemperie immancabili faran si che vadan in malora, se immediatamente non si provvede[31].

Si dovrà aspettare il 1952 per rivedere il sarcofago nella ricostruita chiesa di Porto fuori; la consacrazione del sacro edificio, avvenuta il 14 aprile di quell’anno, fu preceduta dalla ricollocazione delle reliquie e del sarcofago di Pietro al suo interno: «E coll’effigie di Pietro chierico è pure tornato in basilica il magnifico sarcofago in greco scolpito, entro il quale riposano le Ossa del primo Padre di Porto»[32].

Allo stato odierno il sarcofago è visibile nella cappella sinistra della chiesa appoggiato sui basamenti con protomi leonine; esso è scostato dalle pareti ed è possibile ammirarlo lungo i quattro lati. L’iscrizione settecentesca è visibile ancorata alla parete di fondo.

  1. La ricognizione delle reliquie di San Barbaziano

Nel 1658, l’Arcivescovo Luca Torreggiani (1645-1669) decise di collocare all’interno della seicentesca Cappella della Madonna del Sudore del Duomo di Ravenna il sarcofago che era «nel Tempio Metropolitano presso il campanile»[33], quello stesso sarcofago che l’arcivescovo Bonifacio Fieschi (1275-1294) aveva fatto portare dalla Chiesa di San Lorenzo in Cesarea alla Basilica Metropolitana affinché fosse usato per la sua sepoltura[34]. Il Torreggiani, trasferendo il sarcofago all’interno della suddetta Cappella, lo riutilizzò per collocarvi all’interno le reliquie venerate di San Barbaziano: traslato quindi il Fieschi nel pavimento del presbiterio, si riadoperò l’urna per le ossa del Santo. Un’iscrizione posta sopra il sarcofago, fu posta a ricordo:

DIVI BARBATIANI/INCOMPARABILI VITAE SANCTITATE/PRESBYTERI/ SACRA QUAE MARMOR OSSA/SEPVLCRALI SINV/ FERE TVMVLAT AETERNITATI/ PRODIGIORVM EMICANTIA MAIESTATE/ VERE COELUM P ANDIT GLORIAE TEATRO:/ AC AVSPICATO/ IN AVGVSTAM HANC MARIAE REGIAM/ AB VRSIANO TEMPLO/ SOLEMNI TRANSLATA RITV/ LVCAS TORREGIANVS ARCHIEPS./ AD AEVITERNVM DEIPARENTIS OBSEQVIVM/ OLYMPO RESERAT ET ORBI/ ANNO SAL. M D C. LVIII

Stando alla testimonianza dell’Uberti, la ricognizione delle reliquie di Barbaziano avvenne il 2 maggio e fu l’ultima in ordine di tempo, dopo di quelle del beato Rinaldo e di Pietro peccatore:

2 maggio. Sabbato. Nel pomeriggio fu aperto il sarcofago di San Barbaziano (a. Vedi pag. 298) prete confessore situato nella Cappella della Beata Vergine del Sudore a destra di chi entra e di contro a quello del Beato Rinaldo, e fu trovata una cassetta di rovere con sopra una pietra antichissima sopra la quale stava scolpito: = + hic umatur corpus Beati Barbatiani Confessoris Xpi =. Estratta dal sepolcro Monsignor Arcivescovo ordinò fosse immediatamente portata in una sala del Palazzo dove aperta vi si rinvenne una cassetta di piombo sigillata e legata con cordelle di seta bianca nel modo preciso con cui si ritrovò quella del Beato Rinaldo. Aperta anche questa apparve una scatola di lamina di ferro, vulgo latta, contenente una pergamena (…)[35].

La cassetta lignea, osservata e descritta dal Muratori, non fu ricollocata all’intento del sarcofago, con l’intento, mai realizzato, di destinarla alle Collezioni del Museo Arcivescovile[36]. Una fotografia datata al 21 marzo 1990 e realizzata in occasione del trasferimento dell’Archivio Arcivescovile dalla sua sede presso l’Episcopio al Palazzo del Seminario Arcivescovile, documenta la sua presenza all’interno di quella che oggi costituisce la Sala II A del Museo Arcivescovile, cioè la Sala della Pinacoteca[37].

La ricognizione restituì una piccola iscrizione incisa su una lastra di travertino (cm 21, 5 x 8, 5 x 1, 5): + HIC. UMATUR. CORPUS./ BEATI. BARBATIANI/ CONFESSORIS. XPI[38]. Di essa, grazie alla testimonianza del Fabri, se ne conosceva già il testo, a seguito della ricognizione fatta dal Cardinale Capponi: «aperto il sepolcro, che era dentro l’Altare Maggiore, trovate furono le Sante Reliquie; e riconosciute da un’Iscrizione intagliata in una lapide di marmo ove così si leggeva. Hic humatur Corpus S. Barbatiani»[39].

L’epigrafe fu fotografata e disegnata, ma allo stato attuale delle ricerche non si hanno notizie circa la sua ubicazione[40].

  1. Appendice documentaria

 ASDRa, AARa Diario delle Sacre Funzioni dal giorno 8 settembre 1901 alli 31 Decemb. 1909, cc. 229-237.

«28 Aprile. Martedì = (…). Nel pomeriggio finita l’officiatura corale Monsignor Arcivescovo vestito di Rocchetto e Mozzetta è andato alla Cappella della Beata Vergine del Sudore, dove per ordine della Commissione Regia preposta ai Monumenti era stata rimossa dal muro l’Urna che racchiude il Corpo del B. Rinaldo Arcivescovo (a, vedi p.ag. 276) volgarmente chiamato Santo. Presa questa favorevole circostanza per accondiscendere alle instantissime preghiere fattegli dal Reverendo Parroco di Borgo Concorrezzo (Patria del Beato) che già da varii mesi dimandava una cospicua Reliquia con promessa di erigere nella sua chiesa un magnifico Altare, la lodata Eccellenza Sua ordinò fosse aperto l’avello. Il che fattosi alla presenza di varii Signori Reverendissimi Canonici e Sacerdoti fu estratta la Cassa e portata nella Sacrestia della Cappella dove sopra un tavolo appositamente preparato con tovaglia, fu aperta e comparvero le sacre ossa ricoperte da un ammasso di drappi, che esaminati, furono riconosciuti essere indubiamente gli abiti pontificali coi quali era rivestito il sacro Corpo quando fu sepolto. Riflettendo poi che il sole era già per tramontare e però sarebbe mancato il tempo per una esatta ricognizione delle sacre Reliquie, Monsignor Arcivescovo ordinò che richiusa la cassa venisse portata nel suo Palazzo ed ivi rinchiusa a chiave in una stanza rimettendo la cosa allo dimane.

29 aprile. Mercoledì= Fu fatta la ricognizione del sacro corpo del Beato Rinaldo. Riaperta la Cassa ed esaminate una per una le sacre Ossa e le altre cose ivi rinchiuse si ritrovarono Il Capo intero con sei denti nella mascella [parola cancellata] e dodici nella mandibola. I due omeri interi. I due cubiti e i due radi. Nell’avambraccio dentro le suddette due ossa sono riunite da muscoli e pelle che tengono pure ancora riunite tutte le ossa del corpo non che le tre ossa ultime del metacarpo e le prime falangi delle dita medie, anulare e mignolo. Sette delle ossa del Corpo sinistro. Le due scapole. Le due clavicole. La parte superiore dello sterno. Ventidue delle vertebre cervicali, dorsali e lombari. L’osso sacro. Diciotto costole intere e piccoli frammenti. Le ossa del bacino. I due femori. Le due rotule una delle quali congiunta con molti e lunghi muscoli. Le due tibie e li due peroni. Le sette ossa dei tarsi. Le cinque ossa dei metatarsi una delle quali è quasi unita con pelle alle due prime falangi del police. Trentasette ossicine (oltre le sunominate) delle falangi dei piedi e delle mani. Alcuni pezzetti di osso. Due suole di sovero della grossezza di due centimetri e della lunghezza di 28 ventotto centimetri appartenenti alli sandali pontificali divisa ambedue per metà ed una mancante di una piccola parte come lo addimostra la figura (allegato 1° a pag. 233). Due guanti pontificali non del tutto integri. Parte del cingolo. Molti brani di drappo serico con ricami a galloni evidentemente facenti parte delle pontificali vestimenta. Due borchie con smalti portanti l’una l’immagine a mezzo busto del Redentore, l’altra della Beata Vergine della forma convessa e della grandezza come all’allegato 2° pag. 234). Un piccolo vetro di figura ovale a guisa di gemma per anello (alleg. 3° pag. 234) colle figure intere rappresentanti Adamo ed Eva scavate a guisa di timbro. Una scatola di latta contenente una pergamena colla seguente iscrizione: = “Illmus et Rmus DD. Lucas Torrigianus C. A. Clericus et Sancte Ravenne Ecclesie Archiepiscopus et Princeps. Corpus B. Raynaldi huius Sancte Ravennatis Ecclesie Archiepiscopi, quod hoc aedam Sarcophago in templo isto Ursiano humiliori loco servabatur in eadem hanc Bma Virgini Maria  Sacram, ut majori cultu veneraretur solemni ritu, multaque populi frequentia transtulit, atque insigni animi pietate condidit. Anno domini millesimo sexcentesimo quinquagesimo nono indictione duodecima, sexto nonas Martii, Alexandro Septimo Summo Pontifice”. L. + S. (firmato) Lucas Torrigianus Archiepiscopus Ravennaten” (…).

30 Aprile. Giovedi. (…). Alle ore 9 montato in carrozza unitamente al Canonico cancelliere, al suo Secretario ed all’infrascritto si è recato alla chiesa di Porto Fuori dove per ordine della Commissione sopralodata dei Monumenti si doveva rimuovere e trasportare in altra posizione il sarcofago che contiene il corpo del Beato Pietro Peccatore. Estratta la cassa si è trasferita in una stanza del Rettore di detta Chiesa ed ivi aperta si è ritrovato contenere il Corpo del Beato Pietro, che a causa dell’umidità del luogo era molto deperito. Estratte le ossa e ripulite senza farne una ispezione e recensione si sono nuovamente ricollocate nella medesima cassa dopo averla ripulita. Erano presenti il Reverendissimo Padre Abbate di Fano, il Reverendo Presidente della chiesa Portuense (ora anche Parroco di Santa Barbara) il Reverendo Don Umberto Ranieri ed il Reverendo Don Luigi Cornicelli Canonici Lateranensi. Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Arcivescovo ritenne fuori alcune ossa, cioè l’osso dell’omero sinistro- l’osso dell’astragalo destro – l’osso del calcagno destro, – tre ossa del metatarso – e quattro del tarso

Il pomeriggio fino a tarda sera fu tutto impiegato nel fotografare lo scheletro del Corpo del B. Rinaldo e nel ricomporne le ossa nella cassa di piombo e sigillarla perché l’indomani tutto fosse pronto per la solenne traslazione alla chiesa Metropolitana.

1 maggio. Venerdì. Nella sala maggiore del Palazzo [Arcivescovile] era stata posta una tavola in mezzo aperta di tovaglia e sopra la cassa formata sulla portantina (che serve per l’Arca dei Santi) e ricoperta di un prezioso velo omerale bianco ricamato in oro, e intorno ardevano quattro candele[41]. Alle ore 10 il Reverendissimo Capitolo recitò le ore di Terza, Sesta e Nona, quindi coi Mansionari e Seminaristi si portò in Palazzo, dove erano anche i Molto Reverendi Parrochi colla loro Divisa. Monsignor Arcivescovo nella sala del Trono presente il Capitolo deposta la Mazzetta e lavate le mani indossò l’amitto, il camice, cingolo, croce pettorale, stola e Pluviale bianco, la mitra gioellata e imposto e benedetto l’incenso l’incenso nei due turiboli preso il Pastorale, preceduto dal capitolo a croce e venuto avanti al santo corpo che, deposti Pastorale e Mitra, ha incensato. Intonato dal Maestro di Coro il Benedictus, si è incominciata la Processione. Precedeva la croce del capitolo sotto la quale incedevano i Seminaristi, poi i Parochi, ed i Mansionarii. Seguiva la croce arcivescovile fra i ceroferari poi il Capitolo , quattro canonici vestiti di Pluviale bianco e Mitra, Monsignor Arcivescovo, il Coro dei Cantori, i due turiferari e finalmente il feretro portato da 4 Mansionarii con stola bianca, a quali fuori dall’atrio arcivescovile subentravano a portare il sacro feretro quattro Parrochi, fino alla porta Maggiore della Metropolitana dove dai Parochi fu consegnato ai quattro signori Canonici, vestiti di Pluviale come è detto sopra, i quali lo hanno portato fino all’altare maggiore che guarda il popolo. La Processione ha percorso la strada del Battistero ed ha girato intorno al piazzale della Chiesa. Deposto, come si è notato, il sacro Corpo sulla mensa Monsignor Arcivescovo ha incensato mentre i mansionarii cantavano l’antifona Sacerdos et Pontifex ed il [?] Ora pro nobis Beato Raynaldo e l’Arcivescovo ha cantato l’Oremus proprio. Quindi passato all’altare che guarda il coro, stando al faldistorio ha deposto gli apparati bianchi e ha vestito i rossi coi quali ha assistito alla Messa pontificale recitando l’omelia dopo l’evangelo. Il sacro corpo è rimasto alla pubblica venerazione sull’altare fino alle ore 6 del giorno seguente 2 maggio e privatamente è stato richiuso nel suo sarcofago.

2 maggio. Sabbato. Nel pomeriggio fu aperto il sarcofago di S. Barbaziano (a. Vedi pag. 298) prete confessore situato nella Cappella della Beata Vergine del Sudore a destra di chi entra e di contro a quello del Beato Rinaldo, e fu trovata una cassetta di rovere con sopra una pietra antichissima sopra la quale stava scolpito: = + hic umatur corpus Beati Barbatiani Confessoris Xpi =. Estratta dal sepolcro Monsignor Arcivescovo ordinò fosse immediatamente portata in una sala del Palazzo dove aperta vi si rinvenne una cassetta di piombo sigilata e legata con cordelle di seta bianca nel modo preciso con cui si ritrovò quella del Beato Rinaldo. Aperta anche questa apparve una scattola di lamina di ferro, vulgo latta, contenente una pergamena con lo scritto seguente: “Illmus et Rmus DD. Lucas Torrigianus C. A. C. et S. Rav Eccle Archiepiscopus et Princeps. S. Barbatiani Presbyteri, et Confessoris Corpus, qupd diu. in ara majori hujus Metropolitane Eccle fuerat asservatum in sacellum hoc deipara Virgini dicatum solemni ritu, et magno populi concursu, inde transtulit, atque in marmorea Arca ista summa animi pietate, et veneratione collocavit. Anno domini millesimo sexcentesimo quinquagesimo nono indictione duodecima, sexto nonas Martii, Alexandro Septimo Summo Pontifice. L. + S. Lucas Torrigianus Archiep. Ravennatem”. Sopra le ossa era disteso un velo di seta».

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NOTE:

[1] S. Muratori, I sarcofagi ravennati di San Rinaldo, di S. Barbaziano e del beato Pietro Peccatore e le ultime ricognizioni, «Bollettino d’arte del Ministero della Pubblica Istruzione», A. 2. N. 9 (set. 1908), pp. 1-16. Santi Muratori fu testimone oculare di quanto avvenne: il suo articolo quindi costituisce una fonte di primaria importanza. Oltre ad esso, da una prospettiva ecclesiastica, sono fondamentali le cronache redatte da don Cesare Uberti, custode delle sacre reliquie: ASDRa, AARa Diario delle Sacre Funzioni dal giorno 8 settembre 1901 alli 31 Decemb. 1909, cc. 229-237, (le cc. 233-234 hanno disegni di corredo al testo. Il testo in italiano é riportato, trascritto, in appendice all’articolo); cc. 274-303 (testo in latino al quale fa seguito una appendice alle cc. 304-318). Si vedano inoltre alcuni articoli tratti dalla cronaca locale: Il corpo di S. Rinaldo, in «Il Ravennate Corriere di Romagna», 30 aprile 1908; La tomba del beato Pietro Peccatore, in «Il Ravennate Corriere di Romagna», 1 maggio 1908; L’urna di S. Raynaldo, Alla tomba del Beato Pietro Peccatore, in «Il Risveglio», 2 maggio 1908; Le reliquie di S. Barbaziano, in «Il Ravennate Corriere di Romagna», 3 maggio 1908; Riposizione del corpo del B. Pietro degli Onesti, in «Il Risveglio», 9 maggio 1908.

Pasquale Morganti è stato arcivescovo di Ravenna dal 1904 al 1921; per la cronotassi episcopale ravennate si veda: G. Orioli, Cronotassi dei vescovi di Ravenna, in FR, 1/2 (CXXVII-CXXX), 1984/1985, pp. 323-332.

Si ringraziano l’Archivio Storico Diocesano e l’Istituzione Biblioteca Classense per aver concesso la pubblicazione delle immagini.

[2] H. Rubeus, Historiarum Ravennatum libri decem, Venezia 1589, p. 538. Per il sarcofago del beato Rinaldo si veda: M. Bucci, Sarcofago di S. Rinaldo in Corpus della scultura paleocristiana, bizantina e altomedievale di Ravenna, a cura di G. Bovini, Roma 1968, n. 15, pp. 34-35, Tav. 15 a, b, c, d; Kollwitz–Herderjürgen, Die Ravennatischen Sarkophage, Berlin (Die Sarkophage der werlichen Gebiete des Imperium Romanum, zweiter Teil; «Die antiken Sarkophagreliefs», a cura di F. Matz, B. Andreae, VIII, 2), 1979, B 14, pp. 65-66, Tav. 47, 4; 53, 1; 54, 1.3; 56, 1.2; 57, 1; 58, 1,2.

[3] H. Rubeus, Historiarum Ravennatum libri decem, cit., p. 538.

[4] S. Muratori, I sarcofagi ravennati di San Rinaldo, di S. Barbaziano e del beato Pietro Peccatore e le ultime ricognizioni, cit., p. 7.

[5] Santi Muratori ricorda che «si vide un ammasso di stoffe che furon tratte fuori a brandelli, e nelle quali si riconobbero i sacri paludamenti di Rainaldo, scoloriti e danneggiati per l’azione del tempo, delle acque e del cadavere corrompentesi (…), striminziti e pesti dalla compressione e anche nelle parti più integre chiazzati qua e là di macchie diffuse», cf. S. Muratori, I sarcofagi ravennati di San Rinaldo, di S. Barbaziano e del beato Pietro Peccatore e le ultime ricognizioni, cit., p. 10.

[6] Solo un’eventuale ricognizione delle reliquie potrà chiarire la questione.

[7] G. Gardini, P. Novara, Le Collezioni del Museo Arcivescovile di Ravenna, Ravenna 2011, pp. 110-113. Per un approfondimento sulla casula come abito liturgico si veda: G. Braun, I paramenti sacri. Loro uso storia e simbolismo, Torino, Tipografia Pontificia e della Sacra Congregazione dei Riti, Cav. Pietro Marietti Editore, 1914, pp. 93-110; S. Piccolo Paci, Storia delle vesti liturgiche, Milano, Ancora, 2008, pp. 306-319.

[8] S. Muratori, I sarcofagi ravennati di San Rinaldo, di S. Barbaziano e del beato Pietro Peccatore e le ultime ricognizioni, cit., p. 10; G. Braun, I paramenti sacri. Loro uso storia e simbolismo, cit. p. 139; G. Tabarroni, I guanti dell’arcivescovo Rinaldo, in Templari tra mito e Storia, Lions Club Ravenna Bisanzio, Grafiche MDM, Forlì, 1992, p. 167; P. Piccinini, 1° smalto, 2°, in Templari tra mito e Storia, cit., pp. 169-171. Le chiroteche sono custodite nell’Archivio Storico Diocesano, all’interno di una teca di cristallo. Si auspica, in un prossimo futuro, di vederle esposte all’interno delle collezioni del Museo Arcivescovile di Ravenna, insieme alla casula. Per un excursus storico sulle chiroteche si veda: G. Braun, I paramenti sacri. Loro uso storia e simbolismo, cit., pp. 137-141; S. Piccolo Paci, Storia delle vesti liturgiche, Milano, Ancora, 2008, pp. 362-367.

[9] S. Muratori, I sarcofagi ravennati di San Rinaldo, di S. Barbaziano e del beato Pietro Peccatore e le ultime ricognizioni, cit., p. 10.

[10] S. Muratori, I sarcofagi ravennati di San Rinaldo, di S. Barbaziano e del beato Pietro Peccatore e le ultime ricognizioni, cit., p. 10.

[11] P. Piccinini, 2° smalto, in Templari tra mito e Storia, cit., pp. 169-171.

[12] S. Muratori, I sarcofagi ravennati di San Rinaldo, di S. Barbaziano e del beato Pietro Peccatore e le ultime ricognizioni, cit., p. 12-13; Mazzotti 1967, Vetri dell’Archivio Arcivescovile di Ravenna, in «Felix Ravenna», s. III, n. 44 (XCV), 1967, pp. 45-46.

  1. Tabarroni, Il sigillo anulare, in Templari tra mito e Storia, cit., p. 168.

[13] Si ringrazia l’orafo Gianpiero Senno per la preziosa consulenza.

[14] Per l’iconografia di Adamo ed Eva e le principali varianti iconografiche si veda D. Calcagnini, Adamo ed Eva, in F. Bisconti (a cura e introduzione di), Temi di iconografia paleocristiana, Città del Vaticano 2000, pp. 96-101, con particolare attenzione alla p. 98.

[15] S. Muratori, I sarcofagi ravennati di San Rinaldo, di S. Barbaziano e del beato Pietro Peccatore e le ultime ricognizioni, cit., p. 12.

[16] S. Muratori, I sarcofagi ravennati di San Rinaldo, di S. Barbaziano e del beato Pietro Peccatore e le ultime ricognizioni, cit., pp. 12-13.

[17] ASDRa, AARa, Diario delle Sacre Funzioni…, cit., c. 236. Per la ricognizione e la processione si vedano le cc. 229-236. 276-290; il testo latino della ricognizione del Beato Rinaldo, alle cc. 276-290, è stato trascritto e pubblicato da Renzo Caravita: R. Caravita, Rinaldo da Concorrezzo arcivescovo di Ravenna (1303-1321) al tempo di Dante, Firenze, Leo S. Olschki Editore, Mcmlxiv, pp. 257-262.

[18] G. Savini, Memorie ilustrate di Ravenna, Miscellanea, Libreria Antiquaria Tonini, Ravenna, 2001, Vol. I, 7-8, fig. 10.

[19] ASDRa, AARa, Diario delle Sacre Funzioni…, cit., cc. 235-236.

[20] Archivio del Seminario Arcivescovile Ss. Angeli Custodi di Ravenna, [Diario], Vol 1°. Dal 1° gennaio 1897 al 31 dicembre 1909.

[21] ASDRa, AARa, Diario delle Sacre Funzioni…, cit., cc. 232.235. Da un articolo apparso sul Ravennate veniamo a conoscenza delle misure del reliquiario che custodiva le spoglie di Pietro peccatore: cm 80 di lunghezza, 30 di larghezza, 40 circa di altezza. Il coperchio della cassetta è detto «scorrevole fra due righettine di legno», cf. La tomba del beato Pietro Peccatore, in «Il Ravennate Corriere di Romagna», 1 maggio 1908.

[22] S. Muratori, I sarcofagi ravennati di San Rinaldo, di S. Barbaziano e del beato Pietro Peccatore e le ultime ricognizioni, cit., p. 16.

[23] «Riposizione del corpo del B. Pietro degli Onesti. Mercoledì, 6 corr. Il M. R. Sac. Alfredo Cavagna Segretario Arcivescovile delegato da S. E. Rev.ma Mons. Arcivescovo si recò insieme ai Canonici Lat. D. Faustino Filippi Parroco di S. Barbara e Umberto Ranieri alla Chiesa di S. Maria in Porto-fuori per apporre i sigilli all’arca del Beato Pietro degli Onesti la quale verrà poi riposta nel sarcofago che la locale Sovraintendenza dei monumenti ha fatto porre nella Capella a sinistra dell’altar maggiore», cf. Riposizione del corpo del B. Pietro degli Onesti, in «Il Risveglio», 9 maggio 1908.

[24] M. Mazzotti, Santa Maria in Porto fuori: il monumento, in La chiesa di S. Maria in Porto fuori. Scritti editi e inediti. Introduzione e cura di E. Russo, Longo 1991, p. 59.

[25] M. Bucci, Sarcofago di Pietro degli Onesti in Corpus della scultura paleocristiana, bizantina e altomedievale di Ravenna, a cura di G. Bovini, Roma 1968, n. 12, pp. 31-32, Tav. 12 a, b, c, d; Kollwitz–Herderjürgen, Die Ravennatischen Sarkophage, Berlin (Die Sarkophage der werlichen Gebiete des Imperium Romanum, zweiter Teil; «Die antiken Sarkophagreliefs», a cura di F. Matz, B. Andreae, VIII, 2), 1979, B 8, pp. 60-61, Tav. 42, 1-3; 43, 1-3; 44, 1-7.

[26] C. Ricci, Ravenna e i suoi dintorni, Ravenna, Antonio e Gio. David Editori, 1878, p. 235.

[27] C. Ricci, Guida di Ravenna, 1923, pp. 185-186.

[28] M. Mazzotti, Santa Maria in Porto fuori: la chiesa attraverso i secoli, in La chiesa di S. Maria in Porto fuori…, cit., p. 61.

[29] Cf. Riposizione del corpo del B. Pietro degli Onesti, in «Il Risveglio», 9 maggio 1908.

[30] M. Mazzotti, Santa Maria in Porto fuori: la chiesa attraverso i secoli, in La chiesa di S. Maria in Porto fuori…, cit., p. 62. Si veda anche il seguente testo di Mazzotti: «All’estremità perimetrale della navatella settentrionale sotto un arco gotico retto da due colonne in rosso di Verona, i cui capitelli erano ottenuti con basi di risulta, era ritornato nel 1940 il sarcofago di Pietro, che poggiava sulle due antiche mensole a testa di leone, che sino al 1908 avevano retto la tomba in alto da terra. Ivi ancora l’epigrafe incisa nel 1721-22 sopra una mensola a cornice, già retta da una colonnetta, che ha lasciato la sua impronta a rovescio e che noi abbiamo vista. Reca incisa la famosa epigrafe «Hic situs est Petrus peccans…» di cui diremo più avanti», M. Mazzotti, Santa Maria in Porto fuori: il monumento, in La chiesa di S. Maria in Porto fuori…, cit., pp. 58-59.

[31] M. Mazzotti, Appendice I, in La chiesa di S. Maria in Porto fuori…, cit., p. 67; M. Mazzotti, Appendice II, in La chiesa di S. Maria in Porto fuori…, cit., p. 76.

[32] M. Mazzotti, Chiese che risorgono. S. Maria in Porto fuori, in La chiesa di S. Maria in Porto fuori…, cit., p. 99. E’ sempre il Mazzotti ad informarci che nel sarcofago le ossa furono riposte sempre entro la cassetta settecentesca del tempo della ricognizione eseguita dall’arcivescovo Crispi recante l’ambigua scritta «Ossa beati Petri Damiani de Honestis dicti peccatoris»; cf. M. Mazzotti, Questioni portuensi, in La chiesa di S. Maria in Porto fuori…, cit., p. 116. Un’iscrizione, posta nel muro esterno, commemora chi perse la vita nel bombardamento del 5 novembre 1944 e ricorda la ricostruzione della chiesa conclusa nel 1952: «Sotto il dirompere di ordigni di guerra il 5 novembre 1944 l’antica torre di Porto fu tomba a Mariotti Amici Libera, Mariotti Federico, Mariotti Iside, Mariotti Nevio, Mattioli Domenica ved. Bosi, Morenghi Maria ved. Mazzotti, Morenghi Pirazzini Giovanna, Pozzi Libero, Pozzi Mazzavillani Matilde. Sul risorto campanile della casa di nostra Donna in sul Lito Adriano si vogliono scolpiti i nomi delle vittime innocenti perché siano monito e sprone a cristiana concordia. Il popolo di Porto Fuori unisce nel ricordo Bubani Aristide, Bubani Primo, Padovani Eufelia vittime del Bombardamento del 31 ottobre 1944 i quali ai piedi del secolare campanile ebbero la prima sepoltura. Aprile 1952».

[33] G. Fabri, Le sagre memorie di Ravenna antica, Venezia 1664, p. 509.

[34] M. Bucci, Sarcofago detto di S. Barbaziano, in Corpus della scultura paleocristiana, bizantina e altomedievale di Ravenna, a cura di G. Bovini, Roma 1968, n. 17, pp. 36-37, Tav. 17 a, b, c, d; Kollwitz–Herderjürgen, Die Ravennatischen Sarkophage, Berlin (Die Sarkophage der werlichen Gebiete des Imperium Romanum, zweiter Teil; «Die antiken Sarkophagreliefs», a cura di F. Matz, B. Andreae, VIII, 2), 1979, B 10, pp. 63-64, Tav. 47, 1-3; 48, 2; 49, 1; 50, 1. 2; 51, 1-4; 52, 1-3.

[35] ASDRa, AARa, Diario delle Sacre Funzioni…, cit., cc. 236-237.

[36] S. Muratori, I sarcofagi ravennati di San Rinaldo, di S. Barbaziano e del beato Pietro Peccatore e le ultime ricognizioni, cit., p. 16.

[37] Di essa, allo stato attuale, se ne ignora l’ubicazione.

[38] S. Muratori, I sarcofagi ravennati di San Rinaldo, di S. Barbaziano e del beato Pietro Peccatore e le ultime ricognizioni, cit., p. 15.

[39] G. Fabri, Le sagre memorie di Ravenna antica, cit., p. 195.

[40] Presso l’Archivio Storico Diocesano è presente un disegno che riproduce fedelmente l’iscrizione e mostra la presenza anche di una hedera dinstinguens, cf. ASDRa, AARa, Diario delle Sacre Funzioni…, cit., c. 318. Essa potrebbe essere stata ricollocata all’interno del sarcofago.

[41] «in medio aula majoris, quam Sala gialla vocant», ASDRa, AARa, Diario delle Sacre Funzioni…, cit., c. 288. Anche oggi una sala dell’episcopio è denominata “sala gialla”.

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