Fiat Lux

Potente risuona la Parola di Dio sulla terra informe e deserta, sulle acque avvolte dalle tenebre dove aleggia lo Spirito del Signore: Sia la luce! E la luce fu (Gn 1, 1-3). Luce che dona forma, che popola una terra arida, che fa risplendere le acque nella potenza dello Spirito. Plasmata dalla Parola creatrice, la materia prende forma, diviene feconda, riceve la vita. Inizia a risplendere il firmamento, la terra accoglie prima germogli, poi erbe che producono seme e alberi da frutto. Le acque si popolano, così il cielo, così la terra. Risplendono il sole, la luna, le stelle. E poi l’uomo e la donna, perché lo sguardo di Dio si potesse posare sulla bontà della sua creazione, su uno sguardo. Sia la luce! E la luce fu. Da allora tutta la creazione porta il sigillo di questa luce, sfolgorio divino, impronta amorevole.

L’esperienza cristiana è tensione a questa luce originaria, che trova nel Volto del Cristo la sua espressione più vera: Egli è immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione, perché in lui furono create tutte le cose, nei cieli e sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili (Col 1, 15-16). Tutta la tradizione artistica cristiana, dall’architettura alla pittura, dalla scultura alla musica, porta con sé questo ineludibile afflato, la volontà precisa di non tradire quella luce creatrice e originaria, espressione graziosa di Dio.

La gloriosa architettura che l’imperatore Costantino fece erigere a Gerusalemme – la rotonda sul Santo Sepolcro e la grande Basilica in onore della Resurrezione – fu concepita come spazio di luce. Eusebio di Cesarea, nella Vita Constantini, parla del Santo Sepolcro come di una grotta rispendente e della solenne Basilica come di un luogo meraviglioso, la cui copertura a lacunari si espandeva in fitti intrecci come un immenso mare lungo l’intero corpoornata com’era di limpido oro, faceva risplendere tutto il tempio di bagliori di luce (XXXVI, 2).

Di marmi scintillanti e di pietre che hanno celesti rilessi di porpora parla Andrea Agnello nel Liber Pontificalis ricordando l’iscrizione che Pietro II fece comporre in tessere musive nella Cappella Arcivescovile di Ravenna tra la fine del V e i primi anni del VI secolo, un inno splendido alla luce divina: Aut lux hic nata est, aut capta hic libera regnat, o qui è nata la luce, o qui catturata, libera regna. Tornano alla mente le parole di Pavel Florenskij: L’oro, barbaro, pesante, futile nella luce diffusa del giorno, con la luce tremolante di una lampada e di una candela si ravviva, perché sfavilla di miriadi di scintille, ora qui ora là, facendo presentire altre luci non terrestri che riempiono lo spazio celeste.

E’ in questa sapiente e antica tradizione di committenti e mosaicisti, di battisteri, basiliche e mausolei, tradizione innanzitutto spirituale prima che materiale, teologica più che estetica, che s’innesta l’opera poetica di Marco De Luca, un artista tra i massimi esponenti della tradizione musiva contemporanea. Entrare nella bottega di De Luca è fare esperienza di secoli di mosaicisti, del loro attento lavoro e delle loro mani esperte che hanno tagliato, scelto, scartato, allettato tessere nella morbida e acquosa malta.

L’arte del mosaico richiede tempo, un tempo antico che impone un’attesa, rifugge la frenesia per farsi opera incessante; l’arte del mosaico è severa, chiede pazienza e costanza nei gesti ripetuti, scelta vigile della singola tessera e sguardo attento alla composizione d’insieme. L’arte del mosaico è esercizio tattile e silenzioso, di cesello, che cura l’inclinazione di ciascuna tessera perché è lì che la luce trova il terreno fecondo nel quale moltiplicarsi in uno scintillio solenne, mai volgare. Per questo il mosaico esige superfici irregolari.

Nelle trame che di volta in volta nascono dal gesto appassionato di De Luca – addizioni e al tempo stesso sottrazioni di tessere – prende vita un mondo vibrante di luce, una memoria s’impone.

Ne Il giardino immaginato sono condensati tutti i giardini edenici fioriti lungo le pareti, le volte, le absidi delle grandi basiliche bizantine, paradisi dalle tinte forti, dalle sfumature evidenti, dove scorrono i quattro fiumi immaginifici, il Pison, il Ghicon, il Tigri e l’Eufrate. Verdi smalti iridescenti, primavera eterna di tinte pastello, riposano nella malta, l’oro li accende; qua e là piccole tessere rosa e arancioni. C’è anche l’acqua, zampillante negli smalti azzurri. Si delineano, lungo la superficie, marcati riquadri; una città affiora, con le sue mura, le sue case, le sue geometrie. E’ la Gerusalemme celeste, aura silente.

Sole e Luna, oro e argento. Tessere metalliche, ai bordi di una materia irregolare, graffiata. Crateri o magma che diffonde il suo calore. Sole e luna, ora separati, non come nella Cappella Palatina di Palermo o nella maestosa Cattedrale di Monreale, dove l’astro maggiore e l’astro minore, sono accarezzati dalla mano del Creatore. Qui c’è solo la mano del mosaicista che, adagio, pesa e dispone le tessere, poi scompare.

Alto si erge Il monte, l’orizzonte è grigio. Si staglia solitario, aguzzo, apparentemente ostile in una tonalità che, vista da lontano, pare un agglomerato di terre insapori. Se ti avvicini – osserva attentamente! – ti accorgi dei colori e che il monte è fiorito; puoi gustare le singole tessere. Ecco il verde, il rosa, l’azzurro, il blu. Il giallo. Sopra a tutti, l’oro. Questo monte custodisce una miniera.

Oltre è porta urbica, di una città ultraterrena, non la reggia del re goto Teoderico, con i suoi palazzi e le sue navi. E’ invito a varcare la Soglia.

Giovanni Gardini

 

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Il giardino immaginato

 

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