L’iconografia di Sant’Apollinare nella Cattedrale di Ravenna – seconda parte

Nella sacrestia, di fronte alla pala del Pasquali, è un busto marmoreo raffigurante Sant’Apollinare che a nostro avviso va riconosciuto in quello donato nel 1873 da Pio IX all’arcivescovo Moretti «nuovo successore di S. Apollinare»: «Un altro busto di gran pregio, rappresentante S. Apollinare, si conservò alcun tempo in Roma nella reggia del Vaticano dalla Santità di Nostro Signore Papa Pio IX; il quale, avendolo caro oltremodo, come quegli che avea posto particolare divozione all’Apostolo dell’Emilia fin da quando era vescovo della chiesa Imolese; per un vivo sentimento di riverenza e di affetto lo teneva nella sua augusta presenza entro le sue camere secrete, in luogo cospicuo, ed accanto ad altre belle e venerate immagini. Per la qual cosa esso divenne tanto più prezioso, ed è da tenersene tanto maggior conto, quanto che lo ebbe così caro il sommo e glorioso Pontefice, e fu benché a breve tempo nelle sue auguste mani. Né il gran Pontefice volle disfarsene (e ciò fu l’anno scorso), se non per un alto intendimento della sua tenera pietà ed ardentissimo zelo, cioè a fin di far conoscere questa sacra immagine e metterla in venerazione appresso coloro a’quali il Santo fu primo pastore e padre; e così promuovere il suo culto e raccenderne la divozione, massime nell’animo di que’ medesimi che lo onorano come loro apostolo e patrono»[1]. Nella Relazione della festa, pubblicata nel 1875 a conclusione del solenne centenario, con enfasi si ricorda come l’arcivescovo Moretti, ancora nel 1873, proprio additando questo busto ricevuto in dono dal Pontefice, annunciasse le feste centenarie per il Santo Patrono: «Era il giorno 23 Luglio 1873, ed Ei [Moretti] in mezzo alla Messa solenne per la festa annuale del nostro gran patrono, tessendo l’elogio di Lui, e additandone al popolo il magnifico busto marmoreo che poc’anzi ricevea dall’inesauribile munificenza di Pio IX, annunzia improvviso il pensiero di celebrare nell’anno venturo il Centenario con tutto lo sfarzo, e d’invitare a prendervi parte l’intero Episcopato dell’Emilia, di cui il nostro Apollinare fu il primo e grande Apostolo»[2].

L’opera di Francesco Gianfredi, allievo del Thorwaldsen, risulta un’evidente citazione del mosaico classense sia nel volto solenne e austero del Santo sia nel segno delle api, che con un delicatissimo bassorilievo decorano la veste, sulla quale è il pallio crucisegnato. Sul retro è la data del 2-12-1950, probabilmente da riferirsi alla sistemazione dell’opera all’interno della sacristia (Foto 1).

Un altro busto, prima di questo, ornava l’appartamento nobile del palazzo arcivescovile, ma già nel 1874, anno in cui il Farabulini scrive, esso era divenuto proprietà del Comune ed era stato trasportato nella Galleria dell’Accademia delle Belle Arti. Il busto commissionato dal Codronchi, oggi esposto in una sala del Museo d’Arte della Città di Ravenna, è stato unanimemente attribuito, anche dalla critica recente, a Bertel Thorvaldsen (1770-1844), tuttavia non è di questo parere il Farabulini, unica voce fuori dal coro, che anzi – con una punta di campanilismo – lo attribuisce a Pietro Tenerani, allievo dello scultore danese: «E ciò abbiam voluto avvertire, perché al sommo scultore italiano la debita lode ritorni»[3]. E’ lo stesso Tenerani, in una lettera al Farabulini, a dichiarare di come il busto commissionato al Thorvaldsen, fu dallo stesso maestro affidato al suo allievo e collaboratore: «Chiarissimo sig. Canonico Farabulini (…). Riguardo alle notizie che desidera, le dirò che nel 1822, se non erro, fu dall’Arcivescovo Codronchi commesso il busto di S. Apollinare al Thorwaldsen, dal quale poi fu a me affidato, cosicchè io mi occupai intieramente del modello non solamente, ma anche negli ultimi ritocchi del marmo. Così veramente andò la cosa. (…). Roma, 26 maggio 1868. Devotiss. Servitore P. Tenerani»[4]. Il Tenerani, come ebbe modo di raccontare al Farabulini, trasse ispirazione per il volto del Protovescovo dalle «sembianze di un ottimo vecchio Cappuccino di Roma che era uomo di maestoso e venerabile aspetto, e degno di rappresentare un santo»[5].

La croce pettorale dei canonici della Cattedrale reca impressa, al centro di essa, l’immagine del Santo Patrono; un’iscrizione latina che ne incornicia la figura, cita il Sermone 128 di Pietro Crisologo dove è ricordata la presenza del Santo come pastore buono in mezzo al suo gregge[6] (Foto 2).

Il nostro percorso iconografico sulla figura di Sant’Apollinare continua nella sacrestia del Vescovo, dove sono presenti due immagini: un busto reliquiario ed un bassorilievo.

Il busto reliquiario è databile al 1781 come recita l’iscrizione sullo scudo posto alla base dell’opera: «piorum / quinq. / ravennat. / aebe / mdcclxxxi». All’altezza del petto, nell’apertura delimitata dal pallio, è incastonata una reliquia del Santo, inserita in una teca sotto vetro recante in un cartiglio il nome di Apollinare: « S. Apollinaris M and R. P.». Il volto, raffigurato di tre quarti, è quanto mai solenne e maestoso; la fronte corrugata e lo sguardo attento, fanno di questo busto un’opera intensa che presenta Apollinare in tutta la sua autorevolezza e sapienza (Foto 3).

Due belle cassapanche databili al XVIII secolo fanno parte del mobilio della sacrestia del vescovo; esse sono decorate da due medaglioni, rispettivamente di Pietro Cristologo a sinistra, e di Sant’Apollinare a destra. Il volto del protovescovo, realizzato in terracotta dipinta, è incorniciato da un’iscrizione che lo identifica: «S. Apolinaris primvs archiep. ravennae» (Foto 4).

In un pilastro della cappella del Santissimo Sacramento, è la figura intera del Santo Protovescovo, opera della prima metà del XVII secolo che la critica attribuisce a Giovanni Giacomo Sementi, tra gli aiuti di Guido Reni per la Cappella del Duomo[7] (Foto 5).

Restando all’interno della Cappella va ricordata un’altra memoria legata ad Apollinare, non visibile al pubblico perché collocata in una nicchia chiusa da uno sportello. Si tratta di un frammento di colonna tortile di marmo verde serpentino, che la tradizione ricorda come un sasso usato per percuotere il Santo: fu con questo sasso che «fu percossa e rotta la bocca» di Apollinare, tanto che il sasso sarebbe irrigato di sangue.[8] Prima che questo marmo fosse venerato in Cattedrale, era ricordato nella chiesa di San Pietro in Armentario: li un sant’uomo, che dimorava in quel luogo, lo avrebbe usato per fare penitenza.

A questo marmo si lega anche il ricordo di un pellegrinaggio: «Al pellegrinaggio del Sant Sassol intervenivano moltitudini anche dalla valle del faentino e del forlivese. Indubbio ricordo della predicazione apostolica di Sant’Apollinare, evangelizzatore della Romagna e dell’Emilia»[9] (Foto 6).

Altre opere legate alla memoria del Santo Patrono erano custodite in cattedrale: alcune si conservano ora all’interno del Museo Arcivescovile, di altre non si ha più traccia.

Esposta all’interno delle Collezioni del Museo, ma fino a pochi anni fa presente nella sacrestia della Cattedrale, è la Pala di Baldassarre Carrari (1460c.-1516), dove si può ammirare un’altra immagine di Apollinare[10]. La sacra conversazione presenta al centro la Vergine con il Bambino tra i santi Matteo, Caterina d’Alessandria, Barbara e Apollinare. L’Antiocheno veste gli abiti episcopali: è ammantato da un sontuoso piviale sul quale è riconoscibile il volto di San Pietro a ricordo della missione petrina del protovescovo ravennate, una mitria gemmata e ricamata ricopre il suo capo, le mani sono coperte da chiroteche impreziosite da anelli, nella mano sinistra tiene il pastorale mentre con la destra regge un codice aperto.

Proviene dalle sacrestie della Cattedrale anche la bella pianeta esposta nella Sala medievale con abiti e argenti del Museo Arcivescovile, donata all’arcivescovo Moretti dal Parroco del Duomo, il canonico Gioacchino Bezzi, in occasione delle feste centenarie di Sant’Apollinare del 1874: un bel ricamo raffigurante il protovescovo è una chiara allusione al mosaico classense dove il Santo è raffigurato come orante[11].

Anche la splendida croce detta del maestro Andrea era custodita in Duomo: su uno dei lati, è ben riconoscibile l’immagine di Apollinare, tra i simboli dei quattro evangelisti[12].

Altre immagini di Sant’Apollinare vanno ricordate parlando della Cattedrale di Ravenna: nel grandioso mosaico medioevale, datato al 1112 e realizzato sotto l’episcopato dell’arcivescovo Geremia (1110-1117), oltre ad un’immagine del Protovescovo raffigurato tra i vescovi colombini e altri santi, vi erano quattro riquadri nei quali erano narrate alcune vicende della vita del Santo, episodi mutuati dalla Passio[13]. Del mosaico, crollato nella prima metà del XVIII secolo, restano solo sei frammenti custoditi all’interno del Museo Arcivescovile: uno di questi presenta il volto di un servo che sigilla la tomba del Santo e va riconosciuto come parte del quarto pannello, dove erano raffigurati il suo martirio e la sua sepoltura[14].

Prof. Giovanni Gardini

Consulente per i Beni Culturali della Diocesi di Ravenna-Cervia

giovannigardini.ravenna@gmail.com

https://giovannigardini.wordpress.com

IMMAGINI E DIDASCALIE:

1) Busto di Sant’Apollinare, Sacrestia (foto E. Solano).

6) BUSTO DATO DA PIO IX

2) Croce dei canonici del duomo (foto G. Gardini).

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3) Busto reliquiario di Sant’Apollinare, Sacrestia del vescovo (foto E. Solano).

7) SETTE

4) Volto di Sant’Apollinare, dettaglio, Sacrestia del vescovo (foto G. Gardini).

8) OTTO

5) Sant’Apollinare, Cappella del Santissimo Sacramento (foto E. Solano).

9) CAPPELLA SACRAMENTO

6) Sasso di Sant’Apollinare (foto G. Gardini).

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NOTE:

[1] D. Farabulini, Storia della vita e del culto di S. Apollinare primo vescovo e apostolo dell’Emilia pubblicata per la solennità del suo xviii centenario, Roma 1874, pp. 225-226; 368-369.

[2] Ricordo del XVIII centenario dal martirio di S. Apollinare primo vescovo e patrono ravegnano apostolo dell’Emilia celebrato in Ravenna nel luglio MDCCCLXXIV, Ravenna, Tipografia Calderini 1875, pp. X-XI. Si veda anche: Avv. G. Loreta, Le chiese di Sant’Apollinare, Bologna 1924, p. 29.

[3] Farabulini 1874, pp. 224-225; 368; cf. anche Loreta 1924, p. 29, che a nostro avviso riprende la notizia dal Farabulini. Per il busto conservato al Museo d’Arte della Città di Ravenna si vedano i due saggi qui proposti e la numerosa bibliografia ivi citata: G. Viroli, Il gesto sospeso. Scultura nel Ravennate negli ultimi due secoli, Edizioni Mistra, Ravenna 1997, scheda 8, pp. 55-57; A. Fabbri, Bertel Thorvaldsen, Sant’Apollinare, 1822 in Sant’Apollinare. Guida iconografica…, pp. 72-73. Su Pietro Tenerani si veda il breve ma intenso studio in appendice al catalogo su Thorvaldsen: E. di Majo – S. Susinno, Pietro Tenerani, da allievo del Thorvaldsen a protagonista del purismo religioso romano. Una traccia biografica in Bertel Thorvaldsen, De Luca Edizioni d’Arte, Roma 1989, pp. 313-316. Si auspica che gli studi possano approfondire l’attribuzione di questo splendido busto.

[4] Farabulini 1874, pp. 527-528.

[5] Farabulini 1874, p. 226.

[6] Loreta 1924, p. 29. Si segnala che la croce dei canonici porta sul retro l’effigie di Pio VII (1800-1823) rappresentato in orazione davanti al crocefisso; un’iscrizione, oltre a ricordare il nome del pontefice, indica la data del 1814, un anno importante nella vita del papa.

[7] A. Benini, Guido Reni e le pitture della cappella del Sacramento in Duomo, in La Cappella del Ss. Sacramento nel Duomo di Ravenna, Ravenna, 14 maggio 1930-VIII, pp. 33-44.

[8] BCRa, Fondo Manoscritti, Mob 3.7. A2, c. 10; Farabulini 1874, p. 205.

Per un discorso più ampio sulle reliquie del Santo si veda: G. Gardini, Reliquiario a braccio di Sant’Apollinare in I libri del Silenzio. Scrittura e spiritualità sulle tracce della storia dell’Ordine camaldolese a Ravenna, dalle origini al XVI secolo, a cura di Claudia Giuliani, Ravenna, Longo Editore 2013, pp. 95-98.

[9] La Cassa di Risparmio di Ravenna, Bergamo 1941, p. 16. E’ a questo sasso che si riferisce la satira anticlericale di Olindo Guerrini. Si segnala che nella chiesa di San Biagio, a Ravenna, vi è una pala d’altare di Francesco Longhi raffigurante la Madonna con il Bambino tra i Santi Biagio e Pietro in Armentario; quest’ultimo regge tra le mani il rocco di colonna tortile dal quale pende la catena: cf. G. Viroli, I Longhi. Luca, Francesco, Barbara pittori ravennati (sec. XVI-XVII), Longo Editore, Ravenna 2000, pp. 182-183.

[10] Gardini 2014, pp. 46-47; G. Gardini, Conosciamo Sant’Apollinare vescovo e martire/2, in RisVeglio Duemila del 27 luglio 2013, p. 5.

[11] Gardini 2013, p. 5.

[12] G. Gardini- P. Novara, Le Collezioni del Museo Arcivescovile di Ravenna, Ravenna 2011, pp. 130; 132; 136; Gardini 2013, p. 5.

[13] Per la storia degli studi legata al mosaico medievale si veda: G. Gardini, I frammenti musivi dell’antica basilica Ursiana presso il Museo Arcivescovile di Ravenna: note iconografiche e museali in Atti del XIX Colloquio dell’Associazione Italiana per lo Studio e la Conservazione del Mosaico, Edizioni Scripta Manent, Tivoli 2014, pp. 553-563.

[14] G. Gardini, Museo Arcivescovile. Sala dei mosaici e della Vergine Orante in Sant’Apollinare. Guida iconografica…, pp. 36-39.

PDF CON IMMAGINI dal RisVeglio Duemila del 24 luglio 2015:

Risveglio 29 pag. 3

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