La via della luce. Volti e natura nell’opera pittorica di Paolo Tarcisio Generali monaco camaldolese

Sono potenti i quadri di Paolo Tarcisio Generali: una sapienza quasi scultorea modella, in dense spatolate di colore, campi, pagliai, case, vesti di monaci solitari e silenti, anatomie di pescatori che raccolgono le reti, frutti e verdure donati da una terra ammansita dalle mani callose e sapienti dei contadini.

E’ questo il mondo di Generali, la cittadina di Fano degli inizi del ‘900, una vita tra la pesca e l’agricoltura, che si riversa nei suoi quadri: il lavoro nei campi, l’orto con i peperoni gialli, le melanzane viola, il melone arancione, il cocomero rosso, le mucche e le galline e poi i pescatori con le loro barche a riva – sembrano abbandonate – le vele ammainate, la sera che sta calando su un cielo luminoso che tenace resiste alla notte.

«Emana una carica vitale che non finisce mai… la senti? Beatus es et bene tibi erit; Te lucis ante terminum» annota dietro ad un quadro dove le case tra i campi paiono quasi incendiarsi e sciogliersi alla luce del tramonto, tra luminose spatolate di rosso, giallo e indaco. L’incipit dell’inno di compieta – Te lucis ante terminum – canto nel quale la Chiesa si affida alla misericordia e protezione del Creatore di tutte le cose, chiarisce l’orizzonte dello sguardo sereno e consapevole che Generali concede alla realtà: «Della fatica delle tue mani ti nutrirai», ecco il lavoro nei campi, Beatus es et bene tibi erit, «sarai felice e avrai ogni bene» (Sal 128, 2), ecco la fiduciosa visione cristiana sulla vita.

Dai suoi quadri, spesso, traspare un riferimento alla liturgia e alle scritture che in essa sono proclamate o cantate nella melodia solenne che risuona nel coro monastico, scandendo così la vita della comunità. «Benedicite glacies et nives Domino…» (Dn 3, 70), appunta dietro ad un altro quadro, dove una coltre pesante di neve fa sprofondare le case e i campi in un abbacinante candore; il cantico dei tre giovani offre dunque un carattere nuovo all’opera: il centro dello sguardo del pittore non è più un paesaggio dipinto ma, è il Dio creatore, il cuore pulsante dell’esistenza, al quale la creatura riconosce il primato dell’Amore.

Questi versetti biblici, affidati al retro dei quadri di Generali, celati allo sguardo spesso distratto e banale della gente, hanno il valore di una confidenza profonda, quasi un segreto. Appeso il quadro alla parete, al mondo era nascosta la chiave di lettura delle sue opere, preghiera profonda e solenne che solo uno sguardo puro sapeva intuire, oltre alla realtà sensibile.

E poi ci sono i monaci camaldolesi dell’Eremo di Monte Giove, di Fonte Avellana, di Camaldoli nelle loro ampie cocolle, stretti l’uno accanto all’altro, oppure appartati; le vesti non più bianche ma cariche dei colori più accesi. Ecco, quindi, i monaci gialli, arancioni, rossi, dipinti con quegli stessi colori usati per il volto santo di Cristo, volto sindonico, asciutto e severo, dallo sguardo penetrante, quasi un moderno pantocrator dal sapore bizantino.

Il volto di Cristo e il volto del monaco, il mistero dell’uomo e il mistero di Dio diventano, nell’opera di Generali, lo spazio della contemplazione e della memoria: «Ricerco la luce, come per ricordare a tutti che siamo figli della Luce. Luce che valica i confini umani, che va verso l’infinito e l’eterno» ebbe a dire. Una pittura dunque che si fa preghiera, orazione incessante, desiderio dell’unico Volto che rivela il Volto del Padre: «Ascolta, Signore, la mia voce. Io grido: abbi pietà di me, rispondimi! Il mio cuore ripete il tuo invito: «Cercate il mio volto!». Il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto» (Sal 27, 7-9).

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Paolo Tarcisio Generali (1904-1998): una biografia artistica

Il 24 Marzo 1990 Paolo Tarcisio Generali scrive: «Sono 77 anni che opero nel mondo del colore». Mancano pochi anni alla sua morte ed egli continua «sempre al bel lavoro del colore», convinto che la pittura sia «lo sforzo della materia per diventare luce». Queste frasi, appuntate su fogli sparsi, ritagli di carta, con la sua tipica calligrafia rotonda e svolazzante, quasi un arabesco, riportano alla sua infanzia quando, tredicenne, aiutava il padre Alfonso nel suo lavoro di decoratore e scenografo; egli, che aveva studiato alla Regia Scuola Artistica Industriale di Fano, incise profondamente sui figli – in particolare su Paolo – trasmettendo loro la passione per il disegno e il colore. Paolo Generali nasce a Fano il 2 Giugno 1904 da Adelma e Alfonso Generali ed è lì che trascorre la sua giovinezza nella bottega paterna, alternando alla passione della pittura quella per la lotta greco romana, entrambe esperienza di energia vitale. Nel 1932, dopo un lungo cammino di ricerca spirituale presso i monaci Camaldolesi di Monte Giove, decide di abbracciare la vita eremitica e nel 1934 inizia il noviziato a Camaldoli. E’ in questo periodo, nel 1933, che vince una medaglia d’oro, primo premio ad un concorso per giovani pittori: fin da subito il cammino spirituale si intreccia con il percorso artistico. Nel 1936 Paolo Tarcisio – questo secondo nome se lo attribuisce nella professione monastica – è all’Eremo di Fonte Avellana per gli studi liceali e teologici, al termine dei quali, nel 1942, riceve l’ordinazione sacerdotale. Nel 1942 è nuovamente a Camaldoli dove rimarrà fino al 1946, anno in cui ritornerà all’Eremo di Monte Giove a Fano. In questi anni la sua pittura, dopo le prove degli anni giovanili più vicine ad una tradizione accademica, giunge ad una sua originalità caratterizzata dalla preponderanza dei toni grigio-rosa e dalla linea frastagliata. La sua prima personale nel 1948 è l’inizio di una lunga serie di mostre in varie città italiane: Ancona, Bologna, Roma, Forlì, Firenze, Milano. Sono questi per don Paolo Tarcisio anni di grande produzione pittorica e di maggiore riconoscimento artistico, anni in cui la sua pittura si orienta verso forme prima rigide e poi duttili e il cromatismo esplode in una tavolozza di colori sempre più fiammeggianti. Nel 1959 inizia un periodo molto particolare della sua vita: con una dispensa a tempo indeterminato esce dal monastero e torna a Fano presso la famiglia. Sono anni di grande lavoro e successo, nei quali egli mai abbandona, nonostante la lontananza dal monastero, lo spirito monastico. E’ di questi anni la scelta del nuovo mezzo pittorico, la spatola al posto del pennello, con la quale crea volumi cromatici originalissimi. Riottenuto il permesso di celebrare Messa, nel 1976 torna nel Monastero di Camaldoli. Da quell’anno le mostre si interrompono quasi definitivamente; egli continua sempre a dipingere e ricercare la luce e il colore nella natura che lo circonda, per riprodurne, nei suoi quadri, lo splendore. Nel 1998 conclude la sua vita terrena tra i colori di Camaldoli.

Giovanni Gardini

giovannigardini.ravenna@gmail.com

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