CANTI DI MISERICORDIA

CANTI DI MISERICORDIA

opere di Rachele Biaggi

a cura di Giovanni Gardini

Misericordias Domini in aeternum cantabo (Sal 89,2). Accostarsi alle opere pittoriche di Rachele Biaggi richiede silenzio. Si può solo entrare in punta di piedi in questo cammino fecondo di preghiera nel quale nascono i suoi lavori. Ecco perché questa di Camaldoli non è una mostra, bensì la condivisione, delicata, di un cammino di fede vissuto nell’attesa della misericordia del Signore. Misericordia come vicinanza radicale, nel mistero dell’incarnazione. Misericodia come passione e gloria nell’esaltazione della croce. Misericordia come cammino negli abissi di tristezza dei discepoli di Emmaus. Misericordia come attesa fiduciosa della Maddalena ai piedi del risorto. Misericordia come accoglienza nella città eterna, la Gerusalemme del cielo, splendida e luminosa di perle, come una sposa per il suo sposo. Il percorso inizia con una serie di meditazioni sull’Annunciazione: piccole immagini, quasi ossessive nella loro studiata ripetitività, pagine di taccuino dalle quali affiorano delicatissimi, in dolci bassorilievi o nei delicati stucchi, l’angelo Gabriele colmo di stupore davanti alla Vergine. «Tutto ciò è iniziato come preghiera, affinché questo Mistero potesse diventare familiare alla mia vita», confida Rachele Biaggi a proposito del suo lavoro. Nitide nel loro candore appaiono sei piccole immagini, calligrafie essenziali, che delineano – secondo quella che è l’originale intuizione della Biaggi – una meditazione sulla Vergine annunziata: il saluto a Maria, l’annuncio inaudito del piano divino, l’attesa dell’angelo, l’Incarnazione del Verbo, la solitudine della Vergine, la visitazione. Il Signore è con te. Da queste parole creatici, tutto prende forma. L’angelo e Maria, stanno, uno di fronte all’altra, due segni verticali e sottili. Essi emergono da uno sfondo silenzioso di luce, talvolta una trama dalle cromie forti, un ordito di vernici macerate, sofferte, antiche. Le forme delicate, appena evocate con cui appaiono a noi le due Sante figure, custodiscono l’intimità di questo annuncio così profondo, eco della promessa di Dio. L’angelo, sempre sulla sinistra della scena, si palesa come appena giunto dalle recondite profondità del divino. Pare di udire nell’aria, impercettibile, il fruscio della sua veste. Talvolta un’ala, appena accennata in un vortice di segni, mostra decisa la sua provenienza celeste. Il più delle volte egli è una presenza neutra: Maria viene sorpresa nella sua piena umanità, nella quotidiana esistenza vissuta come luogo privilegiato dell’intervento divino. L’angelo è fermo davanti alla soglia, in contemplazione dell’immensità della Vergine. Maria è un fremito di materia. Quasi sussulta e si ritrae – sacro timore – dove il ritrarsi diventa la cifra della sua piena umanità sorpresa e attenta alla voce di Dio. Tra di loro un varco, il luogo di un annuncio più pieno che sta per essere elargito, pienezza della fecondità di Dio, tempo originario della creazione. Non temere, tu che custodisci l’amore. E’ un attimo questo, tutto interiore, di profondo silenzio, di tacita quiete in cui l’angelo annuncia l’immenso mistero, quelle cose che occhio non vide, né orecchio udi, né mai entrarono in cuore di uomo, e che Dio ha preparato per coloro che lo amano (cf. 1 Cor 2, 9). Le figure in piedi, estremamente sintetiche, sono più che mai vicine, curve l’una verso l’altra. C’è un gesto dell’angelo verso la Madonna, quasi un conforto, un abbraccio spirituale. Talora, dietro ad essi, l’oro accenna ad un varco, una soglia, dove si manifesta il mondo divino, oppure una nicchia, a custodire la Vergine. Tace il creato. «Hai udito, Vergine, concepirai e partorirai un Figlio; hai udito che questo avverrà non per opera di uomo, ma per opera dello Spirito Santo. L’angelo aspetta la risposta: deve far ritorno a Dio che l’ha inviato. Aspettiamo, o Signore, una parola di compassione anche noi, noi oppressi miseramente da una sentenza di dannazione. (…). Con la tua breve risposta possiamo essere rinnovati e richiamati in vita. (…). Tutto il mondo è in attesa, prostrato alle tue ginocchia: dalla tua bocca dipende la consolazione dei miseri, la redenzione dei prigionieri, la liberazione dei condannati, la salvezza di tutti i figli di Adamo, di tutto il genere umano. O Vergine, da’ presto la risposta. Rispondi sollecitamente all’angelo, anzi, attraverso l’angelo, al Signore. Rispondi la tua parola e accogli la Parola: dì la tua parola umana e concepisci la Parola divina, emetti la parola che passa e ricevi la parola eterna. (…). “Eccomi”  dice, “sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”» (San Bernardo, Omelie sulla Madonna). Maria e l’angelo, frontali e vicinissimi, appena discosti, si contemplano. Tra loro è lo spazio per la parola di Maria, il luogo della coscienza e dell’obbedienza libera davanti al progetto divino. E’ il momento, questo, dove l’angelo attende e, in lui, la tutta la creazione. Eccomi. E’ il tempo del riconoscimento e dell’adorazione. L’angelo Gabriele si prostra davanti alla Vergine Madre, privilegiato da Dio per aver udito – lui solo – l’obbedienza santa di Maria. Alle sue spalle un’apertura, gloria di colei che è invocata Ianua Coeli. La Madonna appare rivestita di luce, inondata di grazia. L’angelo viene ora rappresentato con le ali spiegate, partecipazione piena della gloria di Dio, tripudio immenso del cielo, in ginocchio davanti al Dio incarnato. L’angelo partì da lei. E’ questo un’altro momento tutto interiore per la Vergine. L’angelo è partito da lei, Maria è sola nella casa di Nazaret a custodire la presenza del Verbo. La Vergine appare una figura esile, davanti alla Parola immensa che si manifesta come Silenzio assoluto. La visitazione. Tripudio di abbracci, intrecci di vite, canti dalle profondità del grambo è la visitazione. «L’anima mia magnifica il Signore», così esulta Maria, riconoscendo vera la potente Parola creatrice di Dio nella sua vita. Fuse in un abbraccio appaiono Maria ed Elisabetta: mai due madri hanno gioito così. Questa divina misericordia, manifestata già nell’Incarnazione del Verbo, ritorna nelle opere incentrate sul Mistero Pasquale. E’ una notte grandiosa quella dove il Cristo si rivela ai discepoli di Emmaus. Il cielo sovrasta tre piccole figure, immerse in questa notte carica di attesa, nella quale già ardono i cuori dei due discepoli. Il giorno della Risurrezione – quello in cui gli angeli hanno annunciato alle mirofore la vittoria del Signore sulla morte, quello in cui Giovanni ha creduto e Pietro colmo di stupore si è chinato sulle bende del sepolcro – è anche il tempo dell’incredulità. Ed è proprio in questo giorno, di gloria e d’incredulità, che questi due discepoli lasciano Gerusalemme, la citta santa, alla quale faranno ritorno per la misericordia del Signore, Lui il compagno di viaggio di ogni uomo. E’ tempo di attesa, denso e misericordioso, quello che il Signore risorto chiede alla Maddalena: noli me tangere! Le lacrime disperate che hanno bagnato la terra del sepolcro, diventano ora sguardo attento sul volto di Colui che ha vinto la morte. Tempo e luogo di misericordia, è la città santa, luminosa nell’oro. Il vessillo della croce, mistero di morte e di gloriaalbero fecondo e glorioso, è la porta che apre il regno dei cieli.

Giovanni Gardini

giovannigardini.ravenna@gmail.com – cell. 340-3365131

ANNUNCIAZIONE NOLI ME TANGERE

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