La Cappella del Sancta Sanctorum nella Basilica di San Vitale (prima parte)

Con il rito di benedizione del tabernacolo, la mattina del 28 giugno 2015, poco prima della celebrazione dell’Eucarestia, è stato inaugurato, presente l’arcivescovo, l’ambiente conosciuto come Sancta Sanctorum ad uso di Cappella per la custodia della Ss. Eucaristia[1]. Torna così ad essere fruibile, come spazio liturgico, come hanno sottolineato sia Mons. Lorenzo Ghizzoni sia il parroco Mons. Rosino Gabbiadini, un luogo cardine della Basilica di San Vitale che, prima di essere monumento ammirato per la sua bellezza, è luogo di fede dove si raduna la comunità cristiana per la celebrazione dell’Eucaristia[2] (foto 1 e 2).

La Basilica che più di ogni altra presenta la centralità del Sacrificio Eucaristico non poteva non avere un luogo per l’adorazione e la custodia del Ss. Sacramento: «Tutto il ciclo iconografico bizantino è stato pensato per porre al centro, in maniera radicale, la liturgia eucaristica, così, chi è adunato per la “cena del Signore” (Cf. 1 Cor 11,20), ritrova nelle immagini il mistero che sta celebrando, la memoria viva della storia salvifica (…). Anche l’architettura rimanda alla verità che qui si contempla. La pianta ottagonale è un chiaro richiamo alla sacralità cristiana del tempo: il Cristo risorto nell’ottavo giorno, “Dies Dominica”, consacra il periodo nel quale, come tempo redento, entrano “gli invitati al banchetto delle nozze dell’Agnello” (Ap 19,9) per vivere della sua vita immortale»[3].

La cappella del Sancta Sanctorum, il cui nome è chiarito dal ricordo di preziose reliquie – gli autori antichi parlano di un pozzo con il sangue dei santi martiri – è in particolar modo legata alle sepolture venerate di Ecclesio (522-532), Ursicino (533-536) e Vittore (538-545), tre vescovi ravennati del VI secolo, le cui vicende sono strettamente intrecciate a quelle della Basilica e le cui sepolture, come ricorda il Liber Pontificalis, sono attestate all’interno di essa: «Quando questo beatissimo morì [Ecclesio], fu sepolto nella chiesa del beato martire Vitale, nella cappella di S. Nazario davanti all’altare, in mezzo fra il corpo del beato vescovo Ursicino e quello del beato Vittore»[4].

A ricordo delle loro sepolture, dopo la distruzione settecentesca degli antichi sarcofagi, restano nel pavimento tre iscrizioni, con i nomi dei vescovi preceduti e seguiti dall’hedera distinguens: Ursicinus episcopus, Ecclesius episcopus, Visctor episcopus.

Ai lavori che hanno interessato l’ambiente riportandolo alla sua quota originaria, hanno fatto seguito numerose scoperte: basti qui ricordare il ritrovamento di tre sepolture all’interno della cappella, più una quarta nell’atrio – l’unica visibile sotto la grata che funge da pavimento -, il cosiddetto pozzo di sangue, o la presenza di una pavimentazione a una quota di poco inferiore a quella in mosaico della Basilica. Ci si augura che questo luogo possa essere ancora oggetto di approfondite riflessioni e valutazioni per arrivare ad una maggior comprensione di questo straordinario edificio che è la Basilica di San Vitale[5].

Ancor prima di accedere al Sancta Sanctorum merita uno sguardo l’immagine della Vergine assisa sul trono con il Bambino posta nella lunetta sovrastante l’ingresso della cappella, quasi a proteggerla. La posizione, la scarsa illuminazione e il precario stato di conservazione non rendono immediata la leggibilità di questo affresco, opera che potrebbe appartenere al XV secolo[6].

Già varcare l’ingresso chiede un’attenzione tutta particolare: la soglia è costituita da una doppia iscrizione che ricorda due uomini, Vittore e Giovanni, epigrafe che gli studiosi ritengono altomedievale. Entrambi sono testi funerari: Hic requ(iescit) in pace […]/Victor pr(es)b(iter), Qui riposa in pace il presbitero Vittore; Hic requiescit Ioh(annes) in pace, Qui riposa in pace Giovanni[7].

Varcata la soglia, si accede a un piccolo ambiente absidato – una sorta di atrio al Sancta Sanctorum – la cui volta a botte presenta alcuni frammenti di una decorazione che doveva interessare tutta la superficie. L’immagine maggiormente leggibile, racchiusa entro un clipeo, presenta la figura di Dio Padre benedicente[8]. La volta superiore, visibile esclusivamente dal matroneo, presenta tracce di pittura ancor più interessanti per la loro antichità, databili tra l’XI e il XII secolo; gli affreschi sia per la loro ubicazione sia per il pessimo stato di conservazione in cui versano, purtroppo sono pressoché compromessi nella loro leggibilità[9] (foto 3).

All’interno della cappella sono custodite importanti memorie. Alla destra dell’altare, entro una nicchia ricavata dalla muratura, è l’iscrizione funeraria del presbitero Giovanni, databile non oltre il X secolo[10]. Essa fu scoperta nel 1732 e dopo essere stata posta in vari luoghi all’interno della Basilica, nel 1904, per volere di Ricci, fu ricollocata nel suo contesto originario. Il testo, riporta la menzione della sepoltura di Domenico e si conclude con una sorta di maledizione per coloro che avessero tentato di violare la sua tomba: † In n(omine) Patris et Filii et Spiritum S(an)c(t)i hic/ requiescit in pace Dominicus pr(es)b(iter) de/serviens basilicae a(an)c(t)i Vitalis marti/ris et si quis hunc sepulcrum violve/rit partem abeam cum Iuda traditorem/ et in die Iudicii non resurgat partem suam/ cum infidelibus ponam, Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Qui riposa in pace Domenico presbitero e in servizio nella Basilica di San Vitale martire e se qualcuno violerà questo sepolcro partecipi (della sorte) del traditore Giuda e nel giorno del Giudizio non risorga, si ponga tra gli infedeli.

Con il nuovo allestimento della cappella – oggi posta sulla parete di fondo, ma fino a pochi anni fa visibile nella nicchia posta sotto la finestra dove ora è il Tabernacolo – è la capsella di Giuliano Argentario che doveva fungere da contenitore per le reliquie[11]. L’iscrizione, che corre sui quattro lati, è particolarmente importante proprio in merito all’erezione della Basilica di San Vitale – † Iulianus arge/nt(arius) servus ve/st(er) praecib(us) ve/str(is) basi(licam)/ a funda(mentis) perfec(it) – testo che va messo in relazione con quanto tramandatoci dal Liber Pontificalis della Chiesa ravennate sia nella Vita di Ecclesio sia in quella di Massimiano. Le due iscrizioni che Andrea Agnello ancora potè vedere, ora perdute, sono leggibili, in copia, all’interno della Basilica grazie ad un’incisione, datata al 1732, posta su di un pilastro[12].

Prof. Giovanni Gardini

Consulente per i Beni Culturali della Diocesi di Ravenna-Cervia

giovannigardini.ravenna@gmail.com

https://giovannigardini.wordpress.com

FOTOGRAFIE

  • FOTO UNO: Benedizione del Tabernacolo (foto G. Baldi)

1) Benedizione del Tabernacolo UNO

  • FOTO DUE: Reposizione del Ss. Sacramento nel Tabernacolo (foto G. Gardini)

2) Reposizione del Santissimo Sacramento

  • FOTO TRE: Dio Padre benedicente (foto G. Gardini)
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NOTE: 

[1] Bibliografia generale sulla cappella detta Sancta Sanctorum: C. Ricci, La cappella detta Sancta Sanctorum nella chiesa di S. Vitale in Ravenna, in Rassegna d’arte, 1904.7, A. 4, n. 7 (lug. 1904), p. 104-108; C. Sangiorgi, Note sui restauri eseguiti in S. Vitale di Ravenna negli anni 1903-04-05, Tipografia Alighieri, Ravenna 1906, pp. 41-62; M. Mazzotti, Il sarcofago di S. Ecclesio nella basilica di S. Vitale, in Felix Ravenna n. 62, agosto 1953, pp. 38-47; C. Rizzardi, S. Vitale di Ravenna. L’architettura, Edizioni A. Longo, Ravenna 1968, pp. 74-76; AaVv. Schede, in La Basilica di San Vitale a Ravenna, Mirabilia Italiae, Testi, Franco Cosimo Panini, Modena 1997, pp. 230-233 (d’ora in poi citato come San Vitale 1997; oltre ai Testi è importante anche l’Atlante che documenta i luoghi della Basilica); M. Casavecchia, Un racconto numinoso, in J. Farabegoli-N. Valentini (a cura di), Architettura, arte e teologia. Il simbolismo della luce nello spazio liturgico, Pazzini Editore 2013, pp. 171-180.

Il Tabernacolo, su disegno dell’arch. Massimiliano Casavecchia, è stato realizzato dall’orafo Marco Gerbella.

[2] Il restauro della cappella è stato realizzato su progetto e direzione dei lavori di Massimiliano Casavecchia, Giorgio Della Longa, Stefania Gambirasio, Valeria Balella e Daniele Gulinelli sotto l’alta sorveglianza della Soprintendenza Belle Arti e Paesaggio per le province di Ravenna, Forlì-Cesena, Rimini e della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia-Romagna. I restauri, dal 1997 al 2015, sono stati eseguiti da Wunderkammer snc di Ugo Capriani (Restauro e conservazione, archeologia e ricerca nell’ambito dei beni culturali). I lavori sono stati resi possibili grazie al contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna.

[3] G. Gardini, Il sacrificio interpretato dai mosaici di San Vitale a Ravenna, in Parola Spirito e Vita. Quaderni di lettura biblica, luglio-dicembre 2006, n. 54, Edizioni Dehoniane Bologna, pp. 259-278.

[4] M. Pierpaoli (traduzione e note di), Il libro di Agnello Istorico. Le vicende di Ravenna antica fra storia e realtà, Diamond Byte, Ravenna 1988, pp. 83-84; si vedano anche i passi relativi alla morte dei tre vescovi. Per l’edizione critica si veda: D. Mauskopf Deliyannis (a cura di), Liber Pontificalis Ecclesiae Ravennatis, in Corpus Christianorum cxcix, Cambridge 2006, p. 226. In merito al pozzo di sangue si veda ad esempio: G. Fabri, Le sagre memorie di Ravenna Antica, Venezia 1664, p. 361; Sangiorgi 1906, p. 44. La tradizione del pozzo di sangue è ricordata anche nella Basilica di Sant’Apollinare in Classe legata all’altare a cippo posto in mezzo alla navata centrale.

[5] Si ringrazia in particolar modo l’Arch. Massimiliano Casavecchia per la generosa disponibilità con cui ha messo a disposizione le informazioni sui lavori condotti: per un primo approccio ai lavori si veda il suo contributo sopra citato. Un ringraziamento sentito anche a Mons. Rosino Gabbiadini che in questi anni mi ha sempre coinvolto nell’avanzamento dei lavori.

[6] V. Marchetti, scheda n. 143 in San Vitale 1997, p. 180; per la datazione si veda anche M. Faietti, La pittura del quattrocento a Ravenna, in Storia di Ravenna. Dalla dominazione veneziana alla conquista francese, Vol. IV, p. 257, nota 16.

[7] C. Franzoni, scheda n. 610 in San Vitale 1997, p. 230.

[8] V. Marchetti, scheda n. 611 in San Vitale 1997, p. 230.

[9] V. Marchetti, schede n. 612-616 in San Vitale 1997, pp. 230- 231; resta il dubbio su quanto scrive l’autrice in merito alla parete destra. Si auspica, in un prossimo futuro, la possibilità di restaurare, studiare e rendere visibili pitture così preziose.

[10] CIL XI, 322; S. Pasi, scheda n. 625 in San Vitale 1997, pp. 232-233.

[11] Nel giugno del 2010, durante i lavori del tetto, fui io stesso a suggerire a Mons. Gabbiadini, parroco della Basilica, di custodire la capsella nella cassaforte della parrocchia. Per la capsella si veda: CIL XI, 289; F. W. Deichmann, Giuliano argentario, in Felix Ravenna 1951, fascicolo 5, pp. 6-7; G. Bovini, Giuliano l’argentario: il munifico fondatore di chiese ravennati, in Felix Ravenna 1970, fascicolo I, pp. 135-136; E. Marcato, schede n. 626-628 in San Vitale 1997, p. 233. A conferma dell’opera dell’Argentario, va ricordato come nella Basilica di San Vitale il nome di Giuliano compaia in diversi monogrammi, come doveva comparire nelle iscrizioni tramandateci da Andrea Agnello.

[12] Si riporta il testo dell’iscrizione settecentesca che riprende i brani del Liber Pontificalis: Beati martyris Vitalis basilicam mandante/ Ecclesio viro beatiss(imo) episcopo a fundamentis/ Iulianus Argentarius aedificavit ornavit atq(ue)/dedicavit consecrante vero reverendissimo/ Maximiano episcopo sub die XIII Maii/sexies p(ost) c(onsulatum) Basilii iunioris [iscrizione tratta dalla Vita di Massimiano]/ Ardua consurgunt venerando culmine templa/nomine Vitalis santificata Deo./Gervaiusq(ue) tenet, simul hanc Protasius arcem/ quos genus atq(ue) fides templaq(ue) consociant./ His genitor natis fugiens contagia mundi/ exemplum fidei martyriique fuit./ Tradidit hancprimus Julianus Ecclesius arcem/ qui sibi commissum mire peregit opus. Hoc quoque perpetua mandavit lege tenendum/His nulli liceat condere membra locis./ Sed quod pontificum constant monumenta prioru(m)/ fasi bi sit tantum ponere, sed similes/sub Iustiniano I imperatore [iscrizione tratta dalla Vita di Ecclesio]/Vetus utrumque epigramma/quod/ extabat in atrio templi/ periitque temporum injuria/ ex rerum Ravennat(um) scriptoribus/ restituerunt abbas et monachi/ a(nno) r(eparatae) S(alutis) 1732); Giuliano argentario, per mandato del beatissimo vescovo Ecclesio, edificò dalle fondamenta la basilica del beato martire Vitale, la ornò e dedicò, essendo consacrante il reverendissimo vescovo Massimiano, il 13 maggio nell’anno VI dopo il consolato di Basilio il giovane. Alto si leva con venerabile mole il tempio consacrato a Dio col nome di Vitale. Questa rocca occupano insieme anche Gervasio e Protasio, che nascita, fede e tempo vedono associati. IL loro genitore, fuggendo i contagi del mondo, fu esempio di fede e di martirio. Di questa rocca Ecclesio per primo diede l’incarico a Giuliano, il quale meravigliosamente costruì l’opera a lui affidata. E inoltre stabilì con legge eterna che a nessuno fosse lecito seppellire in questi luoghi; ma poiché risultava che qui erano stati posti monumenti funerari dei precedenti presuli, che soltanto in questi casi fosse lecito; sotto l’impero di Giustiniano I. L’abate e i monaci restituirono entrambe le antiche epigrafi, che una volta si trovavano nell’atrio della basilica e che andarono perdute per i danni del tempo, desumendole dagli scrittori di storia ravennate, nell’anno della recuperata salvezza 1732; cf. San Vitale 1997, p. 181.

PUBBLICATO IN RISVEGLIO DUEMILA: VEDI PDF ALLEGATI

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