La cattedra d’avorio di Massimiano: uno sguardo d’insieme

 

Al primo piano del Museo, all’interno dell’antica torre Salustra è custodita la cattedra d’avorio, documento di straordinaria importanza, brano unico che ci riporta alla chiesa ravennate del VI secolo quando nel 546 Massimiano di Pola, per espressa volontà imperiale, venne nominato, da Giustiniano, alla sede episcopale come successore del vescovo Vittore. La maggior parte degli studiosi infatti è propensa ad attribuire a lui questo eccezionale monumento; essi inoltre sciolgono il monogramma che compare al centro della cattedra in ‘Maximianus Episcopus’, superbamente incorniciato da una ricca decorazione vegetale che fa da cornice a varie specie animali.
Sotto al monogramma, al centro della teoria degli evangelisti, è la figura di Giovanni Battista vestito di una lunga tunica, i calzari ai piedi, e avvolto da un mantello che richiama l’abito di penitenza con cui i vangeli lo ricordano: ‘Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi‘ (Mc 1, 6). Egli regge nella mano sinistra un clipeo sul quale è raffigurato l’Agnello, simbolo di Cristo: Giovanni ‘fissando lo sguardo su Gesù che passava disse: Ecco l’Agnello di Dio‘ (Gv 1, 36).
Da quattro nicchie conchigliate si affacciano gli evangelisti posti in ordine gerarchico, lo stesso che ritroviamo nel cosiddetto Mausoleo di Galla Placidia. Alla destra del Battista Matteo, alla sinistra Giovanni rappresentato giovane e sbarbato: essi ci appaiono primi tra gli evangelisti perché innanzitutto apostoli; rispettivamente alla destra e alla sinistra, compaiono Marco discepolo di Pietro, principe degli apostoli, e Luca discepolo di Paolo.
Nel ricco programma iconografico della cattedra la figura del Battista è elemento chiave di collegamento tra Antico e Nuovo Testamento dove l’Antico è riassunto nella vicenda di Giuseppe l’ebreo e il Nuovo nelle formelle che raccontano i vangeli dell’infanzia e la vita pubblica di Gesù. Il Battista si colloca come splendida cerniera: ‘Tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista; tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui‘ (Mt 11,11).
L’unità dei due testamenti trova inoltre la sua piena verità nel ministero del Vescovo che per primo, proprio dalla cattedra, annuncia e testimonia la parola di Dio.
Lungo i fianchi sono dieci episodi, cinque per parte, che evocano la vicenda di Giuseppe l’ebreo narrata nel libro di Genesi (Gn 37,2-50,26). I sogni di Giuseppe (Gn 37, 2-11) e quelli che egli è chiamato ad interpretare – del coppiere e del panettiere del Faraone (Gn 40), fino a quelli del Faraone stesso (Gn 41, 1-36) ‘ scandiscono i tempi della narrazione e segnano le tappe della salvezza che Dio riserva al suo popolo, premessa necessaria per i grandi segni che Dio compirà nel cammino dell’Esodo (Es 1, 1-8).
La tradizione cristiana spesso ha letto la figura di Giuseppe come emblema di Cristo: come Giuseppe è stato rifiutato e venduto dai suoi fratelli, così Gesù venne venduto per 30 monete d’argento (Mt 26 ,14-15), lui che ‘venne fra la sua gente, ma i suoi non lo hanno accolto’ (Gv 1,11); e come Giuseppe diventerà secondo solo al Faraone in tutto il regno d’Egitto, così Gesù risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre (Rm 6, 4) siederà alla Sua destra (Mc 16, 19).
Le formelle che narrano la vicenda di Giuseppe non trovano corrispondenza in un esatto ordine cronologico. Il fianco sinistro ci presenta a partire dall’alto Giacobbe che si straccia le vesti alla notizia della morte del figlio, Giuseppe calato nella cisterna e l’uccisione del capro con il quale sarà macchiata di sangue la sua tunica, Giuseppe venduto dai fratelli ai Madianiti, Giuseppe venduto a Potifar consigliere e capo delle guardie del Faraone, Giuseppe tentato dalla moglie di Potifar e imprigionato; lungo il fianco destro abbiamo la scena dei fratelli che si prostrano davanti a Giuseppe, la concessione del grano, Giuseppe che interpreta i sogni del Faraone, Giuseppe che riabbraccia il padre Giacobbe, il primo sogno del Faraone.
Il fronte dello schienale presenta, nelle cinque formelle a noi pervenute, il vangelo dell’infanzia di Gesù. Apre il ciclo iconografico l’annunciazione (Lc 1, 26-38) a cui fa seguito la prova delle acque amare, episodio tratto dai vangeli apocrifi; sempre sullo stesso registro abbiamo il sogno di Giuseppe (Mt 1, 18-25) e, nella stessa formella, il viaggio a Betlemme (Lc 2, 1-5). Giuseppe, in un grande gesto di umanità e tenerezza, sorregge la Vergine prossima al parto.
Nel secondo registro è la natività (Lc 2, 7) nella quale va notata la levatrice dalla mano inaridita, altro brano tratto dalla tradizione apocrifa e la Vergine in trono con il Bambino. Il confronto con immagini coeve (qui al Museo arcivescovile merita il parallelo con la capsella di Quirico e Giulitta, custodita nella Sala I G e della quale abbiamo parlato nel precendente numero di Risveglio 2000) fa supporre che quest’ultima scena trovasse completamento nella formella accanto, ora perduta, dove si presume fossero i Magi (Mt 2, 1-12). La stella, presente in entrambe le formelle, indica il luogo della nascita del Cristo.
In alto, al centro, racchiuso in un clipeo è il Cristo benedicente che regge nella sinistra uno scettro crucisegnato.
Il postergale della cattedra illustra la vita pubblica di Gesù che nel battesimo, conformemente ai vangeli, ha il suo inizio (Mt 3, 13-17). Al proposito merita il confronto con le scene di battesimo presenti nel Battistero neoniano e nel Battistero ariano.
Purtroppo molte sono le lacune e non è possibile ricostruire l’intero ciclo iconografico. Tra le formelle a noi pervenute abbiamo la moltiplicazione dei pani e dei pesci (Mt 14, 13-21) che qui trova spazio in due episodi consecutivi: al Cristo che benedice i pani e i pesci fanno seguito i discepoli che distribuiscono il cibo alle folle: ‘Date loro voi stessi da mangiare‘.
Abbiamo poi i miracoli delle nozze di Cana (Gv 2, 1-12), riunite in una unica formella varie guarigioni di ciechi e storpi (Mc 1, 28-34; Cf. Lc 4, 16), e l’incontro di Gesù con la Samaritana presso il pozzo di Giacobbe (Gv 4, 1-42).
In alto a destra, di fronte all’immagine del battesimo, a chiusura dei miracoli di Cristo, è l’ingresso messianico di Gesù a Gerusalemme, momento di gloria che precede la passione, evento che racchiude in se le antiche promesse veterotestamentarie (Is. 62, 11; Zc 9, 9):
Quando furono vicini a Gerusalemme e giunsero presso Bètfage, verso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due dei suoi discepoli dicendo loro: ”Andate nel villaggio che vi sta di fronte: subito troverete un’asina legata e con essa un puledro. Scioglieteli e conduceteli a me. Se qualcuno vi dirà qualche cosa risponderete: Il Signore ne ha bisogno, ma li rimanderà subito”. Ora questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato annunziato dal profeta: Dite alla figlia di Sion: Ecco, il tuo re viene a te mite, seduto su un’asina, con un puledro figlio di bestia da soma‘ (Mt 21, 1-5).

 

LA CATTEDRA D'AVORIO

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