I simboli della passione di Cristo nella chiesa di Santa Maria del Suffragio a Ravenna[1]

«Anima mea turbata est valde», l’anima mia è tutta sconvolta (Sal 6, 4). «Trema tutta l’anima mia», traduce la Bibbia CEI del 2008. Questo versetto, tratto dal primo dei sette Salmi penitenziali è scritto all’interno di un cartiglio posto alla sommità dell’arco nella Cappella del Crocifisso[2]. Questo versetto, evidentemente riletto in chiave cristologica, rimanda alla preghiera di Gesù nell’orto del Getsemani e all’ora dell’angoscia del Signore: «Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsemani, e disse ai discepoli: Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare. E, presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a provare tristezza e angoscia. E disse loro: La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me» (Mt 26, 36-38; cf. Mc 14, 32-34). Questo versetto dunque introduce alla passione del Signore, tema cui è dedicata la prima Cappella a destra dell’altare maggiore, indirizza alla meditazione del Crocifisso posto sopra all’altare e agli stucchi della volta che hanno come tema principale la sofferenza di Cristo. Prima tuttavia di iniziare la lettura iconografica degli stucchi di Antonio Martinetti[3] vale la pena riflettere meglio sul Salmo 6, una preghiera intensa, drammatica, quella dell’uomo provato che medita sulla propria condizione di afflizione in fiduciosa attesa della misericordia di Dio che qui diventa immagine potente della passione del Signore: «Tremano tutte le mie ossa (…); ogni notte inondo di pianto il mio giaciglio, bagno di lacrime il mio letto, i miei occhi nel dolore si consumano (…); il Signore ascolta la voce del mio pianto. Il Signore ascolta la mia supplica, il Signore accoglie la mia preghiera» (Sal 6, 3. 7-10). Il versetto 4 quindi è allusivo di tutto il Salmo ed invita alla meditazione avendo come orizzonte la preghiera di Gesù nell’orto del Getsemani: sue sono le parole di afflizione, esemplare è la sua fiducia nel Padre. Nella lunetta sinistra, non a caso, è raffigurata, in una delicatissima scena in stucco, proprio la preghiera di Gesù nell’orto del Getsemani. Gesù, prostrato a terra, riceve la visione dell’angelo che, tra le nubi, gli porge il calice – «Padre, se vuoi allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia ma la tua volontà», aveva pregato Gesù (Lc 22, 42) – e gli mostra la croce mentre, sullo sfondo, a sinistra, si intuiscono i discepoli, incapaci di vegliare un’ora sola (cf Mt 26, 40), addormentati per la tristezza (cf Lc 22, 45). Questa lunetta, nella figura dell’angelo che presenta al Cristo il calice della croce, trova il suo compimento tematico negli stucchi della volta «con gli angeli fanciulli che portano gli strumenti della Passione, gli angeli adulti che portano quelli della Crocifissione (…) lavori di un delicato sapore neoclassico», come ebbe a scrivere Santi Muratori[4].

Quasi a reggere la volta, disposti nei pennacchi, sono quattro angeli, ciascuno con un simbolo della passione del Signore. I due accanto all’altare presentano la lancia con la quale verrà trafitto il costato di Cristo (Gv 19, 33-34) e la canna con la spugna imbevuta di aceto (Gv 19, 29)[5]; gli altri due angeli reggono uno la colonna alla quale è attorcigliata una corda a ricordare il Cristo legato ad essa – sulla colonna inoltre vi è un gallo segno del tradimento di Pietro (Mt 26, 30-35; 69-75) – l’altro la tunica di Cristo e i dadi a ricordare che su di essa venne gettata la sorte (Gv 19, 23-24).

Al centro della cupola, inserito in un medaglione, è un putto che regge l’iscrizione che Pilato aveva fatto comporre in ebraico, latino e greco affinché fosse posta sulla croce: INRI, Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum (Gv 19, 19-22).

Nei quattro spicchi delimitati da una cornicetta in stucco alcuni putti reggono altri segni della passione di Gesù. Appena sopra all’altare un angioletto regge la corona di spine (Mc 15, 17): «I soldati lo condussero dentro il cortile, cioè nel pretorio, e convocarono tutta la truppa. Lo vestirono di porpora, intrecciarono una corona di spine e gliela misero attorno al capo. Poi presero a salutarlo: Salve, re dei Giudei!» (Mc 15, 16-18). Procedendo in senso orario s’incontrano tre putti: uno regge il martello, uno tre chiodi, l’ultimo le tenaglie, tutti strumenti legati alla crocifissione. Nel terzo riquadro sono due putti, uno dei quali regge la scala, mentre nel quarto spazio due angioletti portano i flagelli con i quali verrà percosso il Cristo (Gv 19, 1).

Miguel de Unamuno (1864-1936), contemplando il Crocifisso di Velàzquez presente nella Galleria del Prado a Madrid, ebbe a scrivere a proposito della scala: «La scala che Giacobbe addormentato in Haràn – capezzale era una pietra – sognò, dove scendevano e saliano angeli, era la croce. E ad essa in vetta di Dio la voce disse: Son con te! Ti veglierò, ti renderò alla patria! Scala augusta di gloria è la tua croce ed è la leva salda onde gli umani, s’hanno la fede, spostano la mole delle montagne tutte»; e a proposito dei chiodi: «Sono chiavi che ci aprono, i tuoi chiodi, della morte ch’è vita i serramenti»[6].

Questa intensa meditazione sulle sofferenze del Cristo che la Cappella del Crocifisso propone non si esaurisce tuttavia senza la potente parola della Resurrezione, che dona luce alla parola della Croce: nella lunetta a destra della cappella, posta esattamente di fronte a quella dove è raffigurata la preghiera di Gesù nell’orto del Getsemani, è presente l’episodio del Noli me tangere – Non mi trattenere – ovvero l’incontro del Risorto con la Maddalena narrato dal Vangelo di Giovanni: «Maria invece stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: “Donna, perché piangi?”. Rispose loro: “Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto”. Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: “Donna, perché piangi? Chi cerchi?”. Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: “Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo”. Gesù le disse: “Maria!”. Ella si voltò e gli disse in ebraico: “Rabbunì!” – che significa: “Maestro!”. Gesù le disse: “Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”. Maria di Màgdala andò ad annunciare ai discepoli: “Ho visto il Signore!” e ciò che le aveva detto» (Gv 20, 11-18). Maria Maddalena è inginocchiata ai piedi del Signore, davanti a lei è il vaso con l’unguento prezioso che, al pari dei capelli sciolti, è un suo ricorrente attributo iconografico; alle sue spalle è la tomba vuota del Cristo, raffigurata come un sepolcro aperto: un angelo è seduto sopra di essa. Davanti alla Maddalena è il Signore raffigurato come il custode del giardino: si noti la vanga che il Cristo regge saldamente![7] Questo fraintendimento della Maddalena sul quale gioca il quarto Vangelo e che porta a riconoscere Gesù come il Custode del giardino, crea un profondo parallelo carico di significato con il testo di Genesi – «Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse» (Gn 2, 15) – parallelo che punta a presentare Gesù come nuovo Adamo e il giorno della Resurrezione come l’inizio di una nuova creazione! E come Adamo aveva ricevuto il compito di dare un nome alle creature (Gn 2, 19-20), così ora Gesù, chiamando la Maddalena per nome, attua quel riconoscimento amorevole e profondo tra il Creatore e la sua creatura.

 

 

Prof. Giovanni Gardini

Consulente Diocesano per i Beni Culturali

giovannigardini.ravenna@gmail.com

https://giovannigardini.wordpress.com

 

[1] Per la chiesa di Santa Maria del Suffragio di Ravenna si veda il recente articolo di F. Gabici, La chiesa di Santa Maria dei Suffragi, in «Libro Aperto», Annali Romagna 2014, supplemento al n. 75, pp. 72-81.

[2] Gli altri Salmi penitenziali sono il 32, 38, 51, 102,130, 143.

[3] Su Antonio Martinetti cf. G. Viroli, La Ravenna artistica, in Storia di Ravenna, vol. IV, Marsilio, 1994, p. 314; D. Poggiali, L’attività di Antonio Martinetti a Ravenna, in «Lo stucco da Bisanzio a Roma Barocca. Ravenna e l’Emilia Romagna: i segni di una tradizione ininterrotta», Il Cardo Editore, 1996, pp. 89-99.

[4] S. Muratori, Santa Maria dei Suffragi, in «Il Servo di Maria». Periodico religioso missionario, anno 41 n. 9, 1 settembre 1928, p. 134.

[5] Purtroppo questo angelo è molto rovinato e mutilo: mancano la testa e la spugna.

[6] M. de Unamuno, Il Cristo di Velazquez, Traduzione in verso italiano di Antonio Gasparetti, Morcelliana, 1948, pp. 64-65. Il poema di de Unamuno è «una delle opere più alte della poesia religiosa del Novecento, è una serie di commenti lirici, ricchi di contenuta emozione, dettati dalla contemplazione del quadro del grande pittore»; cf. G. Morelli-D. Manera, Letteratura spagnola del Novecento. Dal modernismo al postmoderno, Bruno Mondatori, 2007, p. 8.

[7] Questa lunetta, purtroppo, non si presenta in ottimo stato di conservazione.

 

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TESTO IN PDF

pdf pag. 2 beni culturali 47

 

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