LE RELIQUIE DI PIETRO PECCATORE A SANTA MARIA IN PORTO FUORI

Il 5 novembre 1944 è stato ricordato il settantesimo anniversario del bombardamento della Basilica di Santa Maria in Porto Fuori. Ne ripercorriamo la vicenda alla luce delle reliquie di Pietro Peccatore. Nell’aprile del 1908 la Soprintendenza ai monumenti – sollecitata da Corrado Ricci – rimosse, per poterne studiare le parti postiche, i sarcofagi del beato Rinaldo e di San Barbaziano addossati lungo le pareti laterali della Cappella della Madonna del Sudore nel Duomo di Ravenna e quello di Pietro peccatore incastonato nella muratura di Santa Maria in Porto Fuori, occasione che dette all’arcivescovo Pasquale Morganti la possibilità di eseguire la ricognizione canonica dei santi corpi venerati. I tre sarcofagi, ammirati per la loro bellezza, riservarono, alla loro apertura non poche soprese: oltre alle sante reliquie furono rinvenuti al loro interno preziosi frammenti di abiti liturgici, reliquiari e documenti, testimonianze tutte importantissime. Il 30 aprile si procedette alla ricognizione delle reliquie di Pietro degli Onesti, detto Pietro Peccatore la cui vicenda è profondamente legata al bassorilievo bizantino con l’immagine della Vergine Orante, più conosciuto come Madonna Greca. Riporta l’Uberti nelle Diario delle Sacre Funzioni, documento conservato presso l’Archivio Storico Diocesano di Ravenna: «30 Aprile. Giovedi. (…). Alle ore 9 montato in carrozza unitamente al Canonico cancelliere, al suo Secretario ed all’infrascritto [l’arcivescovo] si è recato alla chiesa di Porto Fuori dove per ordine della Commissione sopralodata dei Monumenti si doveva rimuovere e trasportare in altra posizione il sarcofago che contiene il corpo del Beato Pietro Peccatore». Questa ricognizione è documentata anche da Santi Muratori: «Un tenue pannicello color rosa, sul quale è un ormai obliterato disegno a rami ricurvi verdognoli, copriva il povero mucchio delle ossa disseccate. Dobbiam crederlo spettante al secolo XII? Ne fanno testimonianza il pessimo stato di conservazione della stoffa che, guasta dall’umidore, si lide al più leggiero tocco, il tipo del disegno e i ragguagli che si trovano in un volume dell’Archivio storico municipale di Ravenna». Le reliquie del beato Pietro furono riposte il 6 giugno all’interno dell’antico sarcofago: un trafiletto tratto dal Risveglio del 9 maggio di quell’anno rende nota la notizia: «Riposizione del corpo del B. Pietro degli Onesti. Mercoledì, 6 corr. Il M. R. Sac. Alfredo Cavagna Segretario Arcivescovile delegato da S. E. Rev.ma Mons. Arcivescovo si recò insieme ai Canonici Lat. D. Faustino Filippi Parroco di S. Barbara e Umberto Ranieri alla Chiesa di S. Maria in Porto-Fuori per apporre i sigilli all’arca del Beato Pietro degli Onesti la quale verrà poi riposta nel sarcofago che la locale Sovraintendenza dei monumenti ha fatto porre nella Capella a sinistra dell’altar maggiore». La storia relativa al sarcofago, e di conseguenza alle reliquie di Pietro Peccatore, merita una qualche attenzione alla luce delle profonde ed irreparabili devastazioni causate dai terribili bombardamenti avvenuti durante la seconda guerra mondiale. Ebbe a scrivere Mazzotti: «Il 5 novembre 1944 alle ore 8, 30 formazioni aeree anglo-americane sganciarono sulla basilica almeno 17 bombe. Nel diario parrocchiale io scrissi allora «Forse la parola fine! Tutto è distrutto, anche il campanile, che si stimava il rifugio migliore». Massi informi di pietrame al posto di un monumento eccezionale nella storia e nell’arte per Ravenna. Verso il cielo, quasi imploranti, s’alzavano le travature. Pochi i brandelli di pittura, che si salvarono, meno ancora per la parte architettonica. Soltanto il sarcofago potè più tardi essere estratto integro dalle macerie». Prima della ricognizione del 1908 il sarcofago di Pietro Peccatore era collocato lungo la navata destra della chiesa e posto all’interno di una nicchia, sotto un arco a sesto acuto, all’altezza del campanile; esso non appoggiava a terra, ma era sopraelevato e incassato nella muratura in modo che non solo la parte postica risultava nascosta, ma anche le immagini lungo i fianchi laterali erano poco visibili; Corrado Ricci, nel 1878, aveva così descritto la sua collocazione: «In fine alla navata sinistra evvi, impostata nel muro, un’urna bizantina, sulla quale sono scolpite varie figure, ove – come leggesi nella iscrizione che le è sottoposta – fu riposta la salma di Pier degli Onesti morto nel 1119». Il sarcofago da tempo era attestato in questa posizione: una pianta della chiesa di Santa Maria in Porto Fuori disegnata da Camillo Morigia (1743-1795) ne registrava la presenza nella stessa collocazione indicata dal Ricci. In seguito all’intervento della Soprintendenza, che mirava a farne conoscere appieno la ricca iconografia, il sarcofago fu spostato all’interno della cappella sinistra della chiesa. Ricorda il Ricci nel 1923: «In questa cappella si trova pure un’urna del V secolo con Redentore e gli Apostoli (fronte e fianchi) e, a tergo, un disco con la croce fra due colombe e due palme, a rilievo, convertita nel sec. XII a sepolcro di Pietro Peccatore morto nel 1119. Sotto un arco ogivale, dove essa urna si vide sino al 1908, vicino all’ingresso della cappella stessa, si legge l’antica epigrafe metrica, rinnovata nel sec. XVI». A questa testimonianza si accompagna quella di Mazzotti: «Nel 1908 il sarcofago di Pietro era stato trasferito nella cappella di nord e quando l’acqua cresceva nell’alveo dei Fiumi Uniti, anche in chiesa, nella parte ribassata, ne filtrava uno strato d’acqua che stagnava ed i rospi vi si annidavano». Anche da un trafiletto di giornale dell’epoca sappiamo che il sarcofago era stato posto dalla «Sovraintendenza dei monumenti (…) nella Capella a sinistra dell’altar maggiore». Il sarcofago di Pietro rimase nella Cappella sinistra dal 1908 sino al 1940 quando, per volontà del Mazzotti, ritornò sotto l’arco vicino all’epigrafe che ne ricordava la sepoltura venerata: «Nel novembre 1940, volendo io erigere un altare marmoreo nella cappella minore di nord, chiesi ed ottenni di potere riportare il sarcofago paleocristiano sotto l’arco a sesto acuto, dove era stato tolto nel 1908 e ricongiungere in tal modo la tomba di Pietro all’epitaffio pertinente da cui era stata disgiunta incongruamente. Per questo motivo si dovette procedere ad una nuova sistemazione del manufatto». Le vicende di questo sarcofago tuttavia non finivano qui. Esattamente quattro anni dopo, nel novembre del 1944, esso fu sepolto dalle macerie a seguito del terribile bombardamento che causò la distruzione dell’antica basilica e prima di essere estratto miracolosamente integro insieme all’epitaffio, rimase sotto le rovine della chiesa per diverso tempo; a un anno dalla distruzione della chiesa il Mazzotti ne lamentava il fatto: «Anche il sarcofago di Pietro degli Onesti, intatto, rimane tutt’ora sotto le macerie in attesa di venire rimesso alla luce e posto al coperto: si tratta di uno dei nostri migliori sarcofagi; ma ancora nulla si è fatto. E dire che per l’estrazione non occorrerebbero grandi spese e basterebbero pochi operai qualunque! Per fortuna che i buoni abitanti del posto nulla hanno asportato di materiale, nonostante il bisogno fosse grande. Ma quello che l’onestà di una buona popolazione rurale, conscia che la bella basilica rendeva Porto Fuori celebre nel mondo, ha preservato da ulteriore distruzione e dispersione, incuria di uomini ed intemperie immancabili faran si che vadan in malora, se immediatamente non si provvede». Si dovrà aspettare il 1952 per rivedere il sarcofago nella ricostruita chiesa di Porto Fuori; la consacrazione del sacro edificio, avvenuta il 14 aprile di quell’anno, fu preceduta dalla ricollocazione delle reliquie e del sarcofago di Pietro al suo interno. Ebbe a scrivere Mons. Mazzotti: «E coll’effigie di Pietro chierico è pure tornato in basilica il magnifico sarcofago in greco scolpito, entro il quale riposano le Ossa del primo Padre di Porto». Allo stato odierno il sarcofago è visibile nella cappella sinistra della chiesa appoggiato sui basamenti con protomi leonine; esso è scostato dalle pareti ed è possibile ammirarlo lungo i quattro lati. L’iscrizione settecentesca è visibile ancorata alla parete di fondo. Prof. Giovanni Gardini Consulente per i Beni Culturali della Diocesi di Ravenna-Cervia giovannigardini.ravenna@gmail.com

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