SANT’APOLLINARE VESCOVO E MARTIRE: un percorso alla scoperta del Santo Patrono all’interno delle Collezioni del Museo Arcivescovile

All’interno del Museo Arcivescovile di Ravenna sono esposte alcune opere che raffigurano il Santo Patrono Apollinare. Si propone, in occasione della sua festa, un breve percorso alla scoperta della sua figura e del culto che la chiesa ravennate, da sempre, gli ha tributato.

Gli antichi mosaici dell’Ursiana: il discepolo di Sant’Apollinare

Nell’anno 1112 si concludeva a Ravenna il cantiere per il mosaico absidale della basilica Ursiana commissionato dall’Arcivescovo Geremia (1110-1118). Un’iscrizione musiva, posta alla base del grande catino absidale, datava l’opera: Hoc opus est factum post partum Virginis actum anno milleno centeno post duodeno, Questa opera fu fatta nel millecentododicesimo anno dopo il parto della Vergine.

Quando nel 1734 iniziarono i lavori della nuova basilica cattedrale che sostituì l’Ursiana, l’Arcivescovo Maffeo Niccolò Farsetti, incaricando dei lavori l’architetto riminese Gianfrancesco Buonamici, si raccomandò che l’abside venisse salvata, ma l’Amadesi racconta di come: «cominciatosi appena l’atterramento de vecchi muri, che di qua e di là la tribuna appoggiando sostenevano, diè subito questa segno di rovina; onde poiché lo stesso mosaico cadevane a pezzi, fu forza sacrificarlo all’invitabile necessità. Ma prima con squisita, e minuta esattezza delineò il Cavalier Buonamici tutto quanto il mosaico, niuna cosa tralasciandone, benché minima». Questo disegno fu riprodotto in incisione nell’opera Metropolitana di Ravenna che presentava i lavori della nuova Cattedrale, il Museo Arcivescovile ed il Mausoleo di Teoderico.

Di questo mosaico restano solo sei lacerti musivi, custoditi all’interno delle collezioni del Museo Arcivescovile di Ravenna: l’immagine della Vergine Orante, quattro busti di Santi e uno raffigurante un uomo barbato che è stato identificato con un discepolo di Sant’Apollinare.

Il catino absidale presentava alla devozione e all’ammirazione dei fedeli vari temi strettamente legati alla fede e alla storia della chiesa ravennate. Il tema dominante di tutto il ciclo musivo era la Resurrezione di Cristo, titolo che, fin dalla sua fondazione, era legato alla Basilica Ursiana. Al centro dell’abside era rappresentata la discesa agli inferi, mente ai lati si trovavano le immagini legate al ciclo pasquale: le mirofore alle quali l’angelo annuncia la resurrezione (Mt 28,1-8), i soldati a guardia della tomba (Mt 27, 62-66), i discepoli Pietro e Giovanni al sepolcro (Gv 20, 1-10). Nell’arco absidale, in continuità con il tema della resurrezione, era l’Ascensione al cielo (Lc 24, 50-53). Questo tema principale era affiancato da un altro più propriamente ravennate incentrato sulla vita di Sant’Apollinare, i miracoli da lui compiuti, la sua morte e i primi successori del protovescovo sulla sede episcopale ravennate. Nel registro inferiore dell’abside era raffigurato il vescovo Apollinare, nella posa dell’orante – un evidente richiamo al mosaico classense – posto al centro dei primi undici vescovi di Ravenna, chiamati vescovi colombini secondo la leggenda che li voleva scelti alla sede episcopale ravennate direttamente da una colomba che, al momento dell’elezione, si andava a posare sul loro capo. Ad essi erano associati altri santi importanti della chiesa locale: il martire Vitale con i vescovi Massimiano, Orso, Pietro, Giovanni Angelopte, Pietro ravennate, il quale va identificato, considerando il libro che regge in mano, con Pietro Crisologo autore di numerosi sermoni. Il registro mediano, che comprendeva le cinque finestre absidali, presentava, oltre ad altre scene della vita di Apollinare, l’immagine della Vergine orante con i santi Giovanni Battista, San Barbaziano e il protomartire Ursicino (per quanto concerne i frammenti musivi interpretati come San Barbaziano e Sant’Ursicino gli ultimi studi in merito di Paola Novara e Giovanni Gardini hanno formulato nuove ipotesi attributive).

Come si accennava il mosaico presentava alcuni episodi della vita di Sant’Apollinare, tutti strettamente legati al testo agiografico della Passio Sancti Apollinaris (la traduzione dei brani della Passio citati è a cura di M. Pierpaoli).

La prima scena, rappresentava Sant’Apollinare inviato a Ravenna da San Pietro. Leggiamo nella Passio: «Nei giorni dell’imperatore Claudio venne nella città di Roma da Antiochia il beato Pietro e con lui vennero a Roma molti cristiani che lo assistevano (…).Dopo molto tempo il beato Pietro disse al suo discepolo Apollinare: “Tu che siedi con noi, ecco che sei istruito su tutto quello che ha fatto Gesù. Alzati e ricevi lo Spirito Santo e nello stesso tempo il pontificato, e recati nella città che si chiama Ravenna. C’è la un popolo numeroso. Predica a essi il nome di Gesù e non aver paura. Infatti tu sai bene chi sia veramente il Figlio di Dio che restituì la vita ai morti e porse la medicina agli ammalati”. E dopo molte parole il beato apostolo Pietro, pronunciando una preghiera e ponendo la mano sul suo capo, disse: “Il Signore nostro Gesù Cristo mandi il suo angelo che prepari la tua strada e ti conceda quanto avrai chiesto”. E baciandolo lo congedò» (Passio Sancti Apollinaris, paragrafo 2).

La seconda scena, posta sulla destra dell’abside, è stata interpretata in vari modi: l’incontro di Sant’Apollinare con Ireneo o con Bonifacio o con il tribuno di Classe, oppure genericamente l’arrivo del protovescovo a Ravenna. Se questa scena resta passibile di più ipotesi, e certamente necessita di maggiori studi, la Passio ci presenta, come primo incontro ravennate del Santo, quello con Ireneo: «Arrivato non lontano dalla città di Ravenna, il beato Apollinare si fermò presso un certo soldato asiatico chiamato Ireneo. Mentre gli spiegava da dove fosse venuto o che cosa intendesse fare, quel soldato gli disse: «Ospite, mio figlio è rimasto cieco, ma se in te c’è una qualche virtù di predicazione, usa una medicina perché egli veda e segua Dio credendo in Lui. Subito il beato Apollinare ordinò che quel ragazzo fosse condotto da lui e davanti agli occhi di tutti i presenti, null’altro facendo che il segno di croce sopra gli occhi del cieco, disse: «Dio che non da qualche parte, ma dappertutto sei, introduci in questa città la conoscenza del Figlio tuo, il Signore nostro Gesù Cristo, non soltanto per illuminare questi occhi del corpo, ma anche per aprire gli occhi interiori del popolo che abita in questo luogo, in modo che, riconoscendo essi subito che il tuo Figlio Gesù Cristo è il loro Dio, a me sia concesso un luogo per la predicazione con grande risultato». Pronunciate queste parole, il cieco riebbe la vista buttandosi ai piedi del beato Apollinare ed egli con i suoi genitori, credendo in Cristo, fu battezzato in un fiume non distante dalla città di Ravenna» (Passio Sancti Apollinaris, paragrafo 3).

Altri due pannelli, situati sotto al catino absidale, presentavano altri episodi della vita del Santo. Il primo di questi rappresentava Sant’Apollinare, insieme ai suoi primi discepoli Aderito e Calocero – i quali saranno suoi successori sulla cattedra episcopale ravennate – mentre risuscita la figlia di Rufo (o Ruffo). Anche in questo caso è il testo della Passio ad illuminare l’intera vicenda: «In quel tempo aveva il comando di Ravenna il patrizio Ruffo, ex-console, la cui unica figlia era ammalata. Gli fu riferito il nome del sacerdote Apollinare, che egli ordinò subito di condurre a casa sua perché visitasse la figlia. Ma appena quello fu entrato in casa con i suoi chierici, immediatamente la ragazza morì. Il santo Apollinare sentì i lamenti e venne a sapere che era morta. Scendendo, il patrizio Ruffo lo rimproverava fra le lacrime dicendo: “Oh se tu non fossi entrato in casa mia! Infatti i grandi Dei si sono indignati e non hanno voluto salvare mia figlia. E tu in nome di chi potrai salvarla?”. E tutti i presenti piangevano con lui. Il beato Apollinare gli disse: “Abbi fiducia, patrizio, e giurami per la salute dell’imperatore che permetti alla fanciulla di seguire il suo salvatore, e tosto conoscerai la virtù del nostro Signore Gesù Cristo”. Il patrizio Ruffo rispose: “So che la bambina è morta e non vive: tuttavia se vedrò lei stare in piedi e parlare, loderò la virtù del tuo Dio e non impedirò alla fanciulla di seguire il suo salvatore”. Allora, mentre tutta la moltitudine piangeva, egli, avendo fiducia in Gesù, si avvicinò alla fanciulla e la toccò dicendo: “Signore Gesù Cristo, Dio mio, che al tuo apostolo Pietro, mio maestro, hai dato il modo di ottenere da Te quanto desidera, risuscita questa fanciulla perché è tua creatura e perché non esiste altro Dio oltre a Te”. E volgendo lo sguardo alla fanciulla disse: “Perché giaci? Alzati e confessa il Salvatore”. Ella subito si alzò e parlava e diceva: “Grande è il Dio che Apollinare, suo servo, proclama e non c’è alcun altro oltre a lui. E in quel momento si ebbe grande gioia tra i cristiani, perché fu magnificato il nome del Signore Gesù Cristo. La ragazza fu battezzata con la madre e la famiglia e così pure 324 persone dei due sessi. Ma anche molti altri fra i pagani credettero in Cristo. Il patrizio Ruffo, che temeva l’imperatore, amava di nascosto il beato Apollinare e lo serviva. Sua figlia poi fu consacrata a Cristo e rimase vergine» (Passio Sancti Apollinaris, paragrafi 14-15).

L’ultima scena era articolata in due momenti consecutivi della vita del Santo: le percosse che portarono alla sua morte e la sepoltura. Leggiamo nella Passio: «[Apollinare] fu preso [dai pagani] non lontano dalla porta e fu colpito finchè fu lasciato creduto morto. Poi, prima che sorgesse il giorno, fu raccolto dai suoi discepoli e condotto nel quartiere dove stavano i lebbrosi. E li, giacendo fra i cristiani, sopravvisse sette giorni, esortando la sua chiesa a non allontanarsi dalla fede in Cristo, annunziando a essi che molte erano le persecuzioni per il nome di Gesù Cristo, ma assicurando che dopo moltissime tempeste anche i governanti si sarebbero uniti alla fede in Cristo, che tutti i nomi dei demoni si sarebbero vanificati e che liberamente in tutto il mondo si sarebbero presentate offerte dai cristiani al Dio vivo. Se uno rimarrà perseverante nella fede in Cristo, vivrà di vera vita e non morrà. Terminati questi e molti altri discorsi, morì il beatissimo Apollinare, martire e vescovo, e fu sepolto fuori delle mura di Classe dai suoi discepoli in un’arca di sasso. Quest’arca fu posta sotto terra per timore dei pagani» (Passio Sancti Apollinaris, paragrafi 34-35).

Quest’ultima scena riveste una particolare importanza in merito al frammento musivo conservato all’interno del Museo Arcivescovile tratto proprio da quest’ultimo episodio: esso presenta il discepolo di Sant’Apollinare intento a sigillare la tomba del Santo.

La croce di maestro Andrea: Sant’Apollinare al cuore del Mistero Pasquale

Sempre al secondo piano del Museo, nella cosiddetta Sala delle croci d’argento ammiriamo la croce processionale di maestro Andrea, splendido esempio di arte orafa del XIV secolo. Le immagini si articolano su due lati e presentano il Crocifisso e Sant’Apollinare, primo vescovo della chiesa ravennate alla fine del II secolo.

Sulla fronte, in alto, sopra al Crocifisso, è la figura del Cristo benedicente con in mano il codice del vangelo: una citazione evangelica accompagna l’immagine: «Ego sum lux mundi», Io sono la luce del mondo. Alle estremità della croce, secondo una consueta iconografia, abbiamo l’Addolorata e San Giovanni evangelista, mentre in basso è Maria Maddalena. Il basamento presenta una significativa scritta che riassume il senso salvifico della croce di Cristo: «Salve Crux XPI benedicta redemptio mundi», Salve o croce benedetta di Cristo, redenzione del mondo.

Altrettanto interessante è il retro della croce, dove le immagini simboliche dei quattro evangelisti fanno da cornice alla figura del protovescovo. L’immagine di Apollinare, unita al mistero della croce, richiama l’iconografia del Santo presente nel catino absidale di Sant’Apollinare in Classe dove il protovescovo, rappresentato in abiti liturgici e nella posa dell’orante, è associato, nella celebrazione del culto eucaristico, al mistero glorioso della passione, morte e resurrezione del Cristo.

La pianeta di Sant’Apollinare

Nel piccolo ambiente detto Sala medioevale con abiti e argenti, è custodita una sfarzosa pianeta rossa donata all’arcivescovo Vincenzo Moretti (vescovo di Ravenna dal 1871 al 1879) a ricordo della ricorrenza dell’XVIII centenario del martirio di Sant’Apollinare celebrato nel 1874. Il dono fu presentato dal Parroco del Duomo di Ravenna, il Canonico Gioacchino Bezzi. La pianeta rossa, il colore riservato ai martiri, è riccamente decorata con ricami dorati: presenta al centro, a ricamo, l’immagine del Protovescovo ispirata al mosaico absidale di Classe dove Apollinare è raffigurato orante con le braccia alzate e le mani rivolte al cielo, con il pallio e con l’abito adornato di numerose api d’oro.

La pala di Baldassarre Carrari

Sempre al secondo piano del Museo, nella Sala della Pinacoteca, è esposta una pala d’altare di Baldassarre Carrari (Forlì, attivo dal 1489 al 1516) comprendente anche una lunetta che ha come tema il compianto sul Cristo morto. La Pala presentauna sacra conversazione.Al centro della tavola è la Vergine in trono tra i santi Matteo e Caterina alla sua destra, e i santi Apollinare e Barbara alla sua sinistra.Sant’Apollinare veste gli abiti episcopali. Il Santo veste un sontuoso piviale, chiuso da una fibbia gemmata, sul quale è raffigurato il volto di San Pietro, ad indicare la missione petrina del santo protovescovo ravennate. Sul capo porta una preziosa mitria gemmata e ricamata; con la sinistra regge il pastorale, mentre con la destra tiene un codice aperto. Le mani sono coperte da chiroteche e impreziosite da diversi anelli.

Sant’Apollinare e San Pietro Crisologo

Sempre nella Sala della Pinacoteca ammiriamo una piccola tela di Felice Giani (1758-1823), uno dei massimi esponenti del neoclassicismo: essa racconta come avvenne la scelta di Pietro, diacono della chiesa di Imola, per la cattedra episcopale ravennate.

Il Liber pontificalis ecclesiae ravennatis, documento importantissimo del IX secolo scritto dal sacerdote Andrea Agnello – un testo che raccoglie le Vite dei vescovi di Ravenna – nella Vita del Crisologo racconta come avvenne la scelta di Pietro. Il Pontefice Sisto III, in sogno, avrebbe visto San Pietro e Sant’Apollinare i quali gli avrebbero chiesto di eleggere il diacono imolese Pietro Crisologo: «Durante la notte al santo Sisto, vescovo di Roma, apparve in visione il beato apostolo Pietro, clavigero di Cristo, insieme col suo discepolo Apollinare e in mezzo a loro stava il beato Pietro Crisologo; avvicinandosi un poco il beato apostolo Pietro disse al santo papa Sisto: “Osserva l’uomo che sta in mezzo a noi e che noi abbiamo eletto: consacra questo e non un altro”. Perciò il papa, destatosi, subito di buon mattino ordinò che fosse introdotta tutta la gente con l’uomo che doveva essere consacrato» (traduzione a cura di M. Pierpaoli).

Sisto III è raffigurato seduto sulla cattedra episcopale dove, in sogno, ha la visione di Pietro che gli compare tra le nubi e gli indica il giovane inginocchiato ai suoi piedi mentre Sant’Apollinare posa la mano destra sulla spalla del Crisologo. Di Pietro Crisologo vescovo e Dottore della Chiesa, ci sono pervenuti numerosi sermoni, pubblicati, in edizione critica, nel 1996 da Città Nuova. Questi scritti sono per noi una testimonianza preziosissima per la fede che trasmettono e, al tempo stesso, per la storia della chiesa e della città di Ravenna. Il Sermone 128, pronunciato proprio dal Crisologo in occasione della festa liturgica di Sant’Apollinare, è una delle testimonianze più antiche del culto del protovescovo ravennate: «Il beato Apollinare, che fu il primo vescovo, fu anche l’unico che adornò questa Chiesa locale con l’eccelso nome del martirio. Giustamente Apollinare, poiché secondo il comando del suo Dio qui perdette la sua anima per conquistarla nella vita eterna. Beato, poiché compì la corsa, mantenne la fede, così da essere trovato veramente primo sul posto per chi gli credeva. E nessuno, vedendo che egli per volere di Dio si è assoggettato ad una lotta quotidiana e molteplice, lo ritenga in quanto confessore inferiore ai martiri. Ascolta la parola di Paolo: Muoio ogni giorno. E’ troppo poco che muoia una sola volta colui che può spesso riportare sui nemici una vittoria gloriosa per il proprio re. Non tanto la morte, quanto la fede e la devozione fanno il martire: e come è prova di valore soccombere in battaglia, in uno scontro per amore del proprio re, così è indizio di virtù perfetta sostenere a lungo e portare a compimento le lotte. Fu provato martire non perché l’astuto nemico gli inflisse la morte, ma perché non riuscì ad estorcegli la fede; lanciò i dardi che potè e ricorse a tutti i generi delle sue armi, ma tuttavia non riuscì a smuovere quel fortissimo condottiero o a macchiarne la costanza. E’ di grande importanza, fratelli, disprezzare per il Signore la vita presente, se è necessario, ma è glorioso anche vivendo spregiare il mondo e calpestarlo con il suo principe.

Cristo andava in fretta incontro al suo martire, il martire andava in fretta incontro al suo Re. Abbiamo detto bene “andava in fretta”, secondo il detto del profeta: Levati per venirmi incontro e vedi. Ma perché la santa Chiesa per il suo bene facesse fronte al suo assalitore, di slancio andò incontro a Cristo sia per riservarsi con la vittoria la corona della giustizia, sia per concedersi la presenza di chi avrebbe combattuto per lui in tempo di guerra. Il confessore versava spesso il proprio sangue e dava testimonianza al suo Creatore con le sue ferite e con la fede del suo animo. Guardando al cielo, disprezzava carne e terra. Tuttavia, la ancor povera infanzia della Chiesa vinse e resistette, e ottenne che il martire dovesse differire l’attuazione del proprio desiderio. Dico l’infanzia, fratelli, che ottiene sempre tutto; che si adopera più con le lacrime che con le proprie forze. Infatti, il volto sudato dei valorosi non può tanto quanto le lacrime dei bimbi, perché la sono infranti i corpi, qui i cuori; là a fatica si mettono in moto i giudizi della mente, qui tutto l’affetto si piega condiscendente.

Che dire di più, fratelli? Si adoperò la santa madre Chiesa, si adoperò per non essere mai separata dal proprio vescovo. Ecco, è vivo, ecco, come il buon pastore fa sorveglianza in mezzo al suo gregge, e non è mai separato nello spirito colui che nel corpo per un certo tempo ci ha preceduti. Ci ha preceduti, dico, con l’apparenza esteriore, del resto la stessa dimora del suo corpo riposa tra noi. Fu spento il diavolo, il persecutore giacque a terra; ecco, regna e vive colui che desiderava essere ucciso per il suo Sovrano».

Giovanni Gardini

Consulente diocesano per i Beni Culturali

giovannigardini.ravenna@gmail.com

 

 

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