La cappella del Santissimo Sacramento in Duomo, 400 anni fa la posa della prima pietra

Il 28 novembre 1612 il Cardinale Pietro Aldobrandini, arcivescovo di Ravenna dal 1604 al 1621, posava la prima pietra della cappella del Santissimo Sacramento nella cattedrale di Ravenna. Su di essa erano scolpiti i titoli dell’arcivescovo: Petrus tituli S. Mariae Trantiberym Presbyter Cardinalis Aldobrandinus S. R. E. Camerarius, Ravennatis Ecclesiae Archiepiscopus.

L’idea di costruire un luogo adatto alla custodia e all’adorazione dell’Eucarestia risaliva ai tempi della visita pastorale alla diocesi tra il 1605 ed il 1606, proposito che fino all’anno 1612 non fu possibile realizzare.

Il lavoro di progettazione della Cappella fu affidato all’architetto Carlo Maderno, legato alla famiglia Aldobrandini (va qui ricordato come Papa Clemente VIII, 1592-1605, fosse della famiglia Aldobrandini), il quale da Roma era stato chiamato per realizzarne il disegno e per scegliere il luogo adatto alla sua edificazione. La costruzione dell’edificio si protrasse per diversi anni, fino al 1621 anno stesso della morte del Cardinale il quale, fino all’ultimo, ne assunse interamente le spese.

La decorazione della cappella fu affidata a Guido Reni il quale vi lavorò con alcuni suoi aiutanti quali Gian Francesco Gessi, Giovanni Giacomo Sementi e Bartolomeo Marescotti.

Senza entrare, in questa sede, in un discorso circa le attribuzioni delle pitture al Reni e ai suoi discepoli, vorrei brevemente commentarne la ricca iconografia che rilegge in chiave cristologica alcuni passi dell’Antico Testamento. L’episodio della manna nel deserto (Es 16, 1-36) raffigurato nella pala d’altare, l’incontro di Mechisedek con Abramo (Gn 14, 17-20) e il passo biblico che narra di Elia nel deserto nutrito dall’angelo (1 Re 19, 1-8) rappresentati nelle lunette (una sopra all’altare, l’altra posta attualmente sopra l’arco della navata sinistra che conduce al corridoio della sacrestia, ma anticamente situata nella cappella sulla parete che stava di fronte all’altare) vanno infatti letti come prefigurazioni dell’Eucarestia. Su quest’orizzonte interpretativo possiamo leggere le figure di Salomone, Davide, Zaccaria, Isaia dipinti nei pennacchi della cupola. La loro presenza indica come, nel Cristo, si sia compiuta ogni promessa veterotestamentaria: Cristo è la Parola definitiva del Padre.

Questo modo di leggere “le scritture con le scritture”, nell’unità di Antico e Nuovo Testamento è tipico della sapienza patristica e appartiene alla tradizione della chiesa. Ravenna è abituata a questa tipologia iconografica, basti pensare alle sue immagini più famose quali le lunette dei sacrifici veterotestamentari nella basilica di San Vitale con Abele che offre le primizie del gregge, Melchisedek sacerdote del Dio Altissimo che offre pane e vino e Abramo che offre in sacrificio il figlio Isacco, immagini queste che, evocate nel canone romano, entrano nel vivo della celebrazione eucaristica. Possiamo inoltre ricordare la sapiente presenza nella cattedra di Massimiano delle dieci formelle con la “storia” di Giuseppe l’ebreo (cf. Gn 37-50) che nel suo essere venduto dai fratelli, calato nella cisterna, imprigionato e infine esaltato alla destra del faraone d’Egitto, evoca la passione di Cristo e la sua glorificazione alla destra del Padre.

Come le immagini di VI, quelle di San Vitale e della Cattedra, d’avorio uniscono nella liturgia Antico e Nuovo Testamento, così le pitture del XVII della Cappella del Santissimo Sacramento rendono presente lo stesso messaggio. Tra la lunetta di Melchisedek e la pala d’altare del Reni raffigurante l’episodio della manna nel deserto è una iscrizione che riassume quando detto fino ad ora e rende manifesto il profondo legame tra quanto accaduto al popolo di Israele nel deserto e quanto accade sull’altare ogni volta che il sacerdote celebra la Messa: Panem de caelo praestitisti eis – omne delectamentum in se habentem (Hai dato un Pane dal cielo – che porta in sé ogni dolcezza). Torna alla mente l’inno eucaristico composto da San Tommaso d’Aquino, di cui sono così note, attraverso il canto, le ultime strofe: Panis angelicus fit panis hominum;
 dat panis caelicus
figuris terminum;
O res mirabilis:
manducat Dominum
pauper, servus et humilis; Il Pane degli angeli diventa Pane degli uomini;
il Pane del cielo
dà fine a tutte le prefigurazioni…

La cupola mostra la gloria del Redentore. Il Cristo regge la croce – strumento di salvezza – in un tripudio di angeli che reggono i segni della passione: la corona di spine, il velo della Veronica, la scala, la spugna imbevuta di aceto… Gli arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele compaiono nella volta, sopra all’ingresso, come presenze di protezione celeste. Michele, il cui nome significa “Chi è come Dio?”, è raffigurato con un abito da guerriero: è in piedi e regge nella mano destra la lancia (cf. Ap 12, 7). Gabriele, il cui nome rimanda alla forza di Dio, è spesso rappresentato con un giglio in mano – simbolo di verginità- per ricordare che è lui l’angelo inviato da Dio a Maria di Nazaret (cf. Lc 1, 14-38). Il significato del nome Raffaele rimanda alla potenza di Dio che guarisce: qui l’arcangelo è effigiato assieme a Tobiolo e al pesce che il ragazzo aveva pescato (cf. Tb 6, 1-9).

Giovanni Gardini

Commissione diocesana d’arte sacra

giovannigardini.ravenna@gmail.com

 

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