DANIELE NELLA FOSSA DEI LEONI

L’arte cristiana è profondamente legata al testo biblico tanto da diventarne spesso un’efficace ed originale interprete. Il metodo sapienziale di leggere la Scrittura con la Scrittura nell’unità di Antico e Nuovo Testamento è tipico della sapienza patristica e appartiene alla più antica tradizione della Chiesa. Numerose sono le opere, all’interno del Museo Arcivescovile, che riportano, in immagine, diversi episodi dell’Antico testamento accostati e riletti in unità con testi neotestamentari.

Ricordiamo innanzitutto il brano biblico che presenta Daniele nella fossa dei leoni, immagine che troviamo in uno dei lati corti della capsella dei santi Quirico e Giulitta accanto alle scene della Traditio Legis, dell’Adorazione dei Magi e dell’Ascensione al cielo.

Daniele, il cui nome significa Dio è giudice, è uno dei quattro grandi profeti dell’Antico Testamento, con Isaia, Geremia ed Ezechiele. Grande è l’influsso che questo testo biblico ha avuto nella letteratura giudaica e rabbina oltre a tutta la tradizione cristiana dei primi secoli: la sua figura è una delle più ricorrenti ed emblematiche nel repertorio figurativo paleocristiano. Numerose, in particolare nell’arte funeraria, sono le immagini ispirate al libro di Daniele: Daniele nella fossa dei leoni, i tre giovani nella fornace che si rifiutano di adorare la statua di Nabucodonosor, la storia di Susanna.

Tema di questo breve testo è la raffigurazione di Daniele nella fossa dei leoni presente nella Capsella del Museo Arcivescovile, reliquiario databile al V secolo. All’interno del libro di Daniele, due sono i racconti che lo vedono protagonista in questo particolare contesto: il primo racconto è in Dn 6, 17-25, mentre l’altro, in chiusura del libro, in Dn 14, 31-42.

Spesso la sua figura è stata è stata interpretata come un esempio della fede cristiana, della forza della preghiera, della resistenza al leone/diavolo. Come Daniele era stato fedele nella prova così è chiamato a fare il cristiano: «Siate sobri, vegliate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede, sapendo che le medesime sofferenze sono imposte ai vostri fratelli sparsi per il mondo» (1Pt 5,8).

All’epoca delle persecuzioni Daniele era visto come l’archetipo del martire. I cristiani, condannati a morte – Tertulliano, apologeta cristiano, ricordando i cristiani perseguitati scrisse: «I cristiani al leone!» – si identificavano con Daniele e ricevevano forza e speranza dall’esperienze di condanna e di salvezza da lui sperimentate. Come Daniele è stato salvato per la tenacia della sua fede ed è uscito dalla fossa, così i cristiani sarebbero usciti indenni dalla fossa della morte. Origene vede in Daniele la prefigurazione del trionfo di Cristo sulla morte. Afraate, definito da Benedetto XVI «uno dei personaggi più importanti e allo stesso tempo più enigmatici del cristianesimo siriaco del IV secolo», scrisse a commento di Daniele: «Daniele, lo gettarono nella fossa dei leoni, ma fu salvato e ne risalì incolume; Gesù lo fecero discendere nella fossa della dimora dei morti, ma egli ne risalì e la morte non ebbe potere su di lui(…). Per Daniele fu chiusa la gola dei leoni, avidi e distruttori; per Gesù fu chiusa la gola della morte, avida e distruttrice di tutto ciò che ha forma». Anche Efrem il Siro pone un parallelo evidente tra Daniele e Cristo: «La fossa si apre come le tombe, le bestie sono vinte come la morte. Il Trionfante risale ad annunciare la risurrezione a quelli che giacciono nelle tombe».

La fossa dei leoni è stata letta come prefigurazione del sepolcro di Cristo. Nel primo racconto al capitolo 6, versetto 18 leggiamo che la fossa di Daniele venne sigillata: «Poi fu portata una pietra e fu posta sopra la bocca della fossa: il re la sigillò con il suo anello e con l’anello dei suoi dignitari, perché niente fosse mutato riguardo a Daniele», un dettaglio che crea un parallelo evidente con il sepolcro del Signore davanti al quale era stata rotolata una grande pietra (cf. Mt 27, 60). Su questa linea interpretativa è Afraate: «La fossa di Daniele, l’avevano sigillata e la vigilavano; la tomba di Gesù, la custodirono mettendovi la guardia, come è detto: Ordina che sia vigilato il sepolcro. Quando Daniele risalì, i suoi calunniatori furono confusi; quando Gesù risuscitò, tutti quelli che lo avevano crocefisso furono confusi».

Numerose sono le interpretazioni che di questo brano sono state date e che qui, per motivi di spazio, accenniamo sinteticamente: Daniele, raffigurato come orante – con le braccia alzate e le palme delle mani rivolte al cielo – ha evocato Cristo con le braccia distese sul legno della croce. Daniele che placa il furore delle belve è una prefigurazione della pace cosmica dei tempi messianici (cf. Is 11, 1-10): i leoni ammansiti ristabilirebbero l’ordine voluto da Dio all’inizio della creazione. Daniele prefigura il battesimo, sacramento che salva l’uomo dal male. Con il battesimo, scrive Clemente, «l’anima è salvata dal mondo e dalle fauci dei leoni». Non stupisce quindi trovare la raffigurazione di Daniele in uno stucco del Battistero Neoniano.

L’immagine che abbiamo nella capsella del Museo Arcivescovile rimanda al secondo racconto biblico: oltre alla figura di Daniele abbiamo la rappresentazione del profeta Abacuc che, fedele al comando divino, nutre Daniele (cf. Dn 14, 33-39). Daniele, in questo senso, è stato letto come figura dell’uomo che digiuna, digiuno interrotto per volontà divina dal profeta Abacuc. Inoltre, il nutrimento che il profeta porta a Daniele, è considerato un cibo che viene da cielo, che – evocando anche l’esperienza della manna nel deserto – diventa prefigurazione del Pane eucaristico. Zenone di Verona, in un sermone della veglia Pasquale, parla del pasto celeste ricevuto da Daniele e Ambrogio di Milano, parla del pane portato dagli angeli mettendo in collegamento il cibo che ha salvato Daniele con l’Eucarestia, cibo per la Vita Eterna.

Il testo di Daniele ha dato spunto a numerose preghiere liturgiche nelle quali si chiede a Dio di donare nel presente quella stessa salvezza che ha concesso ai giusti nei tempi passati. Recita una preghiera del III secolo: «Esaudisci la mia preghiera come hai esaudito Daniele nella fossa dei leoni e gli hai mandato il profeta Abacuc a portargli il cibo».

La figura di Daniele nella fossa dei leoni è quanto mai attuale e interpella ancora la coscienza dell’uomo. La fedeltà che Daniele presenta a Dio è richiamo ad una adesione incondizionata al Signore: «Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita?» (Mt 16, 26).

 

Giovanni Gardini

Consulente Diocesano per i Beni Culturali

giovannigardini.ravenna@gmail.com

 

 

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