La figura di Abramo nella Basilica di San Vitale

All’interno del presbiterio della Basilica di San Vitale una delle due lunette accanto all’altare presenta la figura di Abramo: egli è raffigurato in due momenti cruciali della sua vicenda umana. Nella prima scena egli accoglie, presso le querce di Mamre, i tre misteriosi pellegrini, brano interpretato dalla tradizione patristica come manifestazione trinitaria (cf Gn 18, 1-15); Abramo indossa una tunica da pastore e regge tra le mani il vitello preparato, gesto cordiale di ospitalità. All’ingresso della tenda è Sara, colta nell’attimo in cui, non vista, ascolta incredula lo straordinario e indicibile annuncio: sarebbe diventata madre. I tre giovani uomini uguali nelle sembianze, vestiti con ampie tuniche bianche, riposano all’ombra di una quercia davanti alla mensa di Abramo, sulla quale sono – come elemento simbolico – tre pani tondi segnati dalla croce. La seconda immagine ci proietta nel tempo in cui la promessa del figlio è compiuta e Isacco è ormai grande. Tutto è incentrato sul gesto tragico di Abramo che, fedele a Dio, ha condotto il suo “unico” figlio, la discendenza a lungo attesa, sul monte del sacrificio (cf Gn 22,1-19): “Per fede Abramo, messo alla prova, offrì Isacco e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unico figlio, del quale era stato detto: in Isacco avrai una discendenza che porterà il tuo nome. Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe e fu come un simbolo” (Eb 11,17-19). Con la mano destra Abramo alza la spada, arma tuttavia lontana dal figlio Isacco, il quale viene accarezzato sul capo. Gli sguardi e i gesti s’intrecciano: gli occhi di Abramo, diventano tutt’uno con il suo braccio alzato e sfiorano la mano-presenza di Dio; Isacco sull’ara del sacrificio fissa, ai piedi del padre, l’ariete che lo sostituirà nel sacrificio. In questa seconda paradigmatica scena, Abramo ci appare in una forma assolutamente nuova. All’interno della composizione colpisce principalmente la sua statura, scelta iconografica che diventa dato iconologico: la sua altezza è la medesima di Isaia, Geremia, Mosè e degli evangelisti rappresentati nel ricco ciclo iconografico della Basilica di San Vitale e, come loro, veste la ricca tunica candida, quasi a suggerire che nel gesto del sacrificio di Isacco, egli è a loro associato nel destino profetico che anticipa il sacrificio di Cristo. Abramo, più di Abele e di Melchisedek – in San Vitale rappresentati nella lunetta opposta, dall’altra parte dell’altare – entra nel vivo del discorso eucaristico, e in lui, il tema del sacrificio viene ampliato a suggestivi orizzonti. Questa lunetta che ha per protagonista Abramo, oltre a suggerire una valenza eucaristica, è innanzitutto da vedersi come motivo teologico importante, iconografia/iconologia ortodossa, antiariana, nel momento in cui si identifica nei tre angeli, la Trinità: Ambrogio vescovo di Milano, commentando questo passo di Genesi, ricorda infatti come Abramo vide tre uomini, ma ne adorò l’unità, “Tres vidit, unum adoravit”. La visione di Mamre è inoltre il momento fondamentale in cui inizia a realizzarsi la discendenza tanto attesa, numerosa “come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare” (Gn 22,17), non più legata al sangue, ma alla fede: “Sappiate dunque che i figli di Abramo sono quelli che vengono dalla fede” (Gal 3,7). Questa dunque è una possibile chiave di lettura da cui partire: il tema della discendenza si ricollega al tema del sacrificio. Isacco è profezia di Cristo, di ciò che in pienezza di Spirito si compirà nell’Unigenito Figlio di Dio: Cristo sulla croce sarà l’inizio del nuovo popolo, la Chiesa, nata dal suo costato trafitto, Lui il primogenito di molti fratelli (cf Rm 8, 29).

Giovanni Gardini

Consulente per i Beni Culturali della Diocesi di Ravenna-Cervia

Cell.340-3365131

giovannigardini.ravenna@gmail.com

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